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lunedì 10 Maggio 2021
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Vertice sul clima: annunci, promesse…fuffa

Il vertice sul clima promosso da Joe Biden per la Giornata Mondiale della Terra  si è risolto in un chiacchiericcio denso di annunci vaghi.

Di Gianluca Cicinelli per La Bottega del Barbieri.

Vertice sul clima, tante parole ma…

L’unica certezza è che il numero di “zone morte” negli oceani, aree senza vita animale o vegetale, è quasi raddoppiato in un decennio, 700 nel 2019 contro le 400 del 2008. Secondo il segretario generale delle Nazioni Unite António GuterresLe pressioni di molte attività umane continuano a degradare gli oceani e a distruggere habitat essenziali – come le mangrovie e le barriere coralline – ostacolando la loro capacità di aiutare a far fronte agli impatti del cambiamento climatico”.

Il rilascio di anidride carbonica sta accentuando il riscaldamento e l’acidificazione delle acque marine, distruggendo la biodiversità, mentre l’aumento del livello del mare danneggia le aree costiere, e l’esaurimento degli stock ittici a causa dell’eccessivo sfruttamento genera una perdita annuale stimata di 88,9 miliardi di dollari.

Dall’Antropocene al Capitalocene: alle radici della crisi climatico-ambientale

A queste conclusioni è giunto il secondo World Ocean Assessment, condotto da centinaia di scienziati di tutto il mondo, mentre i potenti della terra tornavano a confrontarsi sulle sfide del cambiamento climatico. La scelta del segretario dell’Onu di partecipare alla presentazione del rapporto anziché al vertice indetto da Biden la dice lunga sulle attese derivate dal summit dei potenti sulle trasformazioni ambientali.

Il vertice virtuale sul clima – promosso dal presidente statunitense Joe Biden per la Giornata Mondiale della Terra – si è risolto in un chiacchiericcio denso di annunci sulla cui sostanza non sono pronti in molti a scommettere. Accantonata per qualche ora l’emergenza Covid, i potenti del pianeta si sono trovati a parlare di nuovo dei cambiamenti climatici, che prima dell’avvento della pandemia sembrava aver conquistato il primo posto nell’agenda mondiale.

Resta il rientro Usa nell’accordo di Parigi e questo è sicuramente un passo avanti, in realtà un passo indietro visto che Biden era costretto a porre rimedio alla decisione del suo predecessore Trump di uscire dal trattato firmato nel dicembre 2015 da Barack Obama e da 195 Paesi, sotto l’egida dell’Onu. Tra gli scopi dell’accordo c’era il contenimento della temperatura sotto i due gradi, limitare progressivamente l’aumento di temperatura a 1,5 gradi, ridurre le emissioni di gas serra.

Biden riporta gli Usa nell'accordo di Parigi sul clima

Biden ha promesso che entro il 2030 gli Usa ridurranno del 50-52% le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 2005. Tutti i paesi firmatari dell’accordo devono prendere come riferimento per la riduzione di gas serra l’anno di maggiore intensità delle emissioni al loro interno. L’Unione Europea infatti basa la propria previsione di ridurre le proprie emissioni nel 2030 del 55% rispetto ai livelli del 1990, anno in cui si cominciò ad assistere a una riduzione nel vecchio continente. La promessa di Biden è molto impegnativa e molti sono i dubbi sulla sua fattibilità.

Anche l’Italia, presente con il premier Mario Draghi, ha ribadito che fino adesso non è stato fatto abbastanza, ma va anche fatto notare che nella bozza di Recovery Plan in arrivo in Parlamento non sono previsti interventi per la limitazione dei combustibili fossili.

Dall’Antropocene al Capitalocene: alle radici della crisi climatico-ambientale

Come fa notare Antonio Tricarico: “Nel frattempo, il ministero della Transizione ecologica ha appena autorizzato nuove trivellazioni in Adriatico, in Val d’Agri, nel più grande campo onshore dell’Europa, l’estrazione del greggio continua senza sosta, la bomba ecologica dell’Ilva di Taranto è sempre in azione per volere del governo e la Sace sta valutando di garantire con miliardi di euro l’operato di società italiane in nuovi mega progetti fossili, quali il Rovuma Lng in Mozambico, l’East Africa Crude Oil Pipeline in Uganda e Tanzania, l’espansione dell’Lng nell’Artico russo e anche nuove trivellazioni offshore in Brasile”.

Parole a cui non corrispondono fatti, questa è la vera storia degli impegni dei governi sulla riduzione delle emissioni. La Cina dal canto suo ha spiegato che le emissioni in quel Paese continueranno ad aumentare fino al 2030 prevedendo di diventare carbon-neutral intorno al 2060. Va ricordato che soltanto nel 2020 più della metà dell’energia prodotta con il carbone è stata prodotta in Cina e tre quarti delle nuove centrali a carbone del mondo sono state aperte in Cina.

Difficile quindi contare sull’impegno concreto della nazione guidata da Xi Jinping, come restano dubbi e perplessità sull’impegno preso dal presidente russo Vladimir Putin di combattere il cambiamento climatico e il suo appello affinché il mondo collabori per la “rimozione delle emissioni accumulate”. La Russia ha annunciato che potrebbe proporre un regime preferenziale per gli investimenti stranieri nell’energia pulita, ma resta comunque uno dei maggiori produttori di petrolio e gas.

Non si può parlare del tutto di un’occasione sprecata: dopo anni di stagnazione e con la pandemia in corso, già tornare a parlare del clima radunando i leader del mondo intorno a un tavolo, seppur virtuale, può essere considerato un parziale successo. Su un punto Biden ha assolutamente ragione: riguarda l’individuazione del prossimo decennio come decisivo per le sorti delle emissioni dannose con il rischio di un disastro collettivo, per il quale non si potrà individuare un vaccino a differenza del covid.

Tuttavia i soggetti coinvolti nel summit erano gli stessi che in questi anni hanno avuto molto tempo per agire oltre che per parlare del clima. È abbastanza chiaro che gli sforzi per la transizione ecologica, gli investimenti verso la green economy, assumeranno un peso specifico importante per ridurre i danni al pianeta soltanto quando saranno completamente funzionali a supportare la riconversione capitalistica in corso.

La Bottega del Barbieri



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è un blog collettivo curato da Daniele Barbieri and co

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