22.4 C
Rome
venerdì 30 Luglio 2021
PanIl parto al tempo del covid

Il parto al tempo del covid

Da dove sono venuto? Dove mi hai trovato?
Domandò il bambino a sua madre.
Ed ella pianse e rise allo stesso tempo e stringendolo al petto gli rispose:
tu eri nascosto nel mio cuore bambino mio.

Così recitano i primi versi della poesia Maternità di Rabindranath Tagore.

Forse è vero che nascosto nel cuore di ogni donna c’è un bambino in attesa solo di essere portato al mondo. Donna che genera la vita e diviene madre. Madre, non ha forse un’aura sacra questa parola?

Ho raccolto alcune testimonianze di donne che hanno partorito durante questa pandemia, perché la gravidanza e il parto in questi ultimi mesi sono cambiati, come tante altre cose intorno a noi.

Partorire al tempo del covid

Quello che subito emerge è il caos più totale, come ci si poteva ragionevolmente aspettare dal momento che la sanità intera è stata scossa dal terrificante tsunami dell’emergenza covid, arrivando a lambire anche i lidi dei reparti di ostetricia. Oltre quell’ormai noto tracollo sanitario però c’è anche altro: storie che fanno venire la pelle d’oca raccontate da donne forti.

Dapprima, nel loro viaggio verso la maternità, le donne in dolce attesa si sono viste ridurre le visite di monitoraggio, portando gravi conseguenze sul parto. Gli esami inoltre sono accessibili solo in modalità privata. La sanità nazionale dovrebbe passare alle donne in gravidanza il Bi-test, l’ecografia, l’accrescimento e la morfologica, ma visto il collasso degli ospedali prenotare risulta impossibile, costringendo le mamme a rivolgersi agli ambulatori privati e quindi a pagare per questi esami.

Poi, la scelta dell’ospedale per il parto, scelta che prevede una serie di considerazioni di importanza vitale sia per il bambino che per la madre, durante la pandemia si fa impossibile. Alcune mamme, a poche settimane dal parto, non sanno ancora in quale ospedale partoriranno. Infatti molti ospedali sono stati destinati esclusivamente al covid, e di conseguenza i reparti di ostetricia sono stati trasferiti altrove.

Squadre di ostetriche e medici si trovano dunque a lavorare insieme per la prima volta, assistendo le donne nel loro momento più emozionale, in reparti sovraffollati e in condizioni di forte stress.

Tuttavia, questi primi ostacoli sembrano banali in confronto ai racconti che escono dalle sale parto.

[wp_ad_camp_1]

 

La prima ondata

Le donne più coraggiose sono coloro che hanno partorito in piena fase 1 – dal 9 marzo al 18 maggio: per non rischiare ulteriori contagi queste neomamme sono state costrette a partorire senza la presenza del compagno/marito a fianco. Spesso si tratta di donne alla prima gravidanza, con lunghi travagli e complicazioni, abbandonate a se stesse in una stanza. Il futuro padre magari seduto in auto, nel parcheggio dell’ospedale, in attesa della buona novella o di una videochiamata per vedere il viso del proprio bambino attraverso uno schermo.

Le ostetriche, per lo stesso motivo, entrano nella stanza dove la madre affronta il travaglio da sola, il meno possibile. Caos e abbandono accompagnano molte partorienti.

Non c’è tempo per curarsi dell’aspetto psicologico ed emozionale del parto, diventa un mero atto clinico, racconta una di queste donne. Circostanze che lasciano ferite su alcune di loro.

Non serve un esperto per comprendere che l’assenza del partner o di una persona cara durante il parto è un fattore destabilizzante per la donna. Il divieto che impedisce al partner di accompagnare la propria compagna è disumano nonché avventato, quell’assenza genera un malessere psico-fisico le cui conseguenze possono compromettere l’esito del parto.

Le evidenze scientifiche parlano chiaramente di quanto sia fondamentale quella presenza e persino l’OMS, nell’informativa dedicata alle partorienti, recita: un’esperienza di parto sicura e positiva comprende: (…) Avere un compagno di scelta presente durante il parto.

Il parto al tempo del covid2
STOCK PHOTO/Getty Images

La seconda ondata

Per le donne che hanno partorito in fase 2 le cose vanno leggermente meglio, prenotare gli esami di routine in ospedale è sempre fuori questione, ma almeno i padri vengono lasciati entrare in sala parto per il momento dell’espulsione. Il partner può stare accanto alla madre solo per le ultime spinte, può vedere coi propri occhi il bambino venire al mondo, può prendere quel corpicino nuovo tra le sue braccia, può ascoltare i suoi primi respiri e può piangere di gioia insieme alla sua compagna. Però deve lasciare la stanza dopo pochi minuti. Ai fratellini e alle sorelline maggiori, come a tutti gli altri familiari, quel momento viene negato. Il padre e gli altri cari rivedranno madre e bambino solo dopo qualche giorno, al momento della dimissione.

Inoltre, durante il travaglio le donne vengono costrette a mantenere la mascherina, nonostante sia un momento dove la respirazione gioca un ruolo fondamentale. La sensazione di soffocare agita le partorienti, il personale sotto pressione non riesce a creare un contatto, i presidi di sicurezza e la paura azzerano i sorrisi e l’empatia.

Quando poi arriva l’esito del tampone – a cui le partorienti vengono sottoposte sia nelle settimane precedenti sia al momento del ricovero – il parto rischia di diventare un incubo crudele.

Il tampone effettuato è quello rapido, nonostante sia nota la scarsa affidabilità, e quando la madre risulta positiva il panico non lascia scampo.

Le neomamme ricordano con chiarezza il momento in cui arriva il risultato: il terrore che si allarga negli occhi delle ostetriche, arrivando fino al cuore di queste donne, nel bel mezzo del travaglio. Le ostetriche e i medici sono spaventati e dimenticano di avere di fronte due esseri umani, le madri e i bambini vengono trattati come problemi da risolvere.

Queste donne sanno di essere state attente, non capiscono come il tampone possa essere positivo, eppure il tampone detta legge, e d’improvviso la paura prevale sulla forza. È il momento più bello della loro vita e si trasforma in qualcosa di difficile descrizione.

In questi casi alle neomamme vengono preclusi momenti preziosi.

Il parto al tempo del covid3

Una mamma positiva

Il racconto di una di loro colpisce particolarmente, ascoltarlo non è stato facile: dopo un lungo travaglio – complicato ulteriormente dai ridotti controlli che trovano tutti impreparati riguardo le grandi dimensioni del bambino, la donna risulta positiva. Sono le ultime spinte, richiedono tutta la sua presenza mentale e fisica, ma quella parola “positivo” la getta nello sconforto, l’orrore si fa spazio dentro di lei inibendo tutto il resto, le ostetriche non riescono più a trasmetterle la calma di cui avrebbe bisogno.

Nessuno si premura di spiegarle cosa questo comporti. Infine dà alla luce la sua creatura, ma le ostetriche le lasciano sfiorare appena il bambino, non lasciano neanche che si attacchi al seno – nonostante non ci siano evidenze scientifiche che il covid si trasmetta attraverso il latte – e lo portano via. Il figlio viene ricoverato in terapia intensiva neonatale, lei viene trasferita in un ospedale covid e messa in isolamento. Lei sa che è tutto necessario, sa di essere in buone mani, ma la prova a cui viene sottoposta è grande.

Trascorre un’intera settimana chiusa in una stanza, senza potersi prendere cura del suo bambino, senza vederlo, senza nessuno. Ha perso tanto sangue, è debole, spaventata, esausta, ma gli infermieri e i medici entrano solo per estrema necessità, si pulisce i punti da sola, si lava seduta su uno sgabello sperando di non svenire di nuovo. Trova dentro di sé una forza che non conosceva, il suo corpo ora non è più solo quello di una donna, è quello di una madre e lotta, per amore, per 7 lunghi giorni.

Infine, arriva il risultato del tampone molecolare ed è negativo. Il primo tampone era un falso positivo.

Nessun commento può rendere giustizia a ciò che questa donna ha vissuto.

In conclusione

Eppure, una cosa va detta, queste donne sono fortunate, perché i loro bambini stanno bene. Infatti, secondo uno studio della Sapienza, i bambini morti durante il parto ai tempi del covid sono triplicati, a causa dei controlli ridotti durante la gravidanza.

E queste donne, seppur fortunate, alla domanda: consiglieresti di fare un figlio ora, in queste condizioni? Rispondono di no. Questo “no”, che non vuole affatto rinnegare la vita, dà un’idea chiara di ciò che hanno dovuto affrontare.

Donne, madri, coraggiose. A loro tutti noi dobbiamo tanto, alla forza delle madri, alle donne, e alla vita che non si arrende nonostante tutto.

Maternità

di Rabindranath Tagore.

Da dove sono venuto?
Dove mi hai trovato?
Domandò il bambino a sua madre.
Ed ella pianse e rise allo stesso tempo
e stringendolo al petto gli rispose:
tu eri nascosto nel mio cuore, bambino mio,
tu eri il suo desiderio.

Tu eri nelle bambole della mia infanzia,
in tutte le mie speranze,
in tutti i miei amori, nella mia vita,
nella vita di mia madre,
tu hai vissuto.

Lo Spirito immortale che presiede nella nostra casa
ti ha cullato nel Suo seno in ogni tempo,
e mentre contemplo il tuo viso,
l’onda del mistero mi sommerge
perché tu che appartieni a tutti,
tu mi sei stato donato.

E per paura che tu fugga via
ti tengo stretto nel mio cuore.
Quale magia ha dunque affidato
il tesoro del mondo nelle mie esili braccia?

 

[wp_ad_camp_3]

 

[wp_ad_camp_5]


Alessandra Spallarossa
Laureata in Mediazione Linguistica alla Sapienza, per vivere lavora come consulente di comunicazione a Roma, per passione scrive, legge e insegna yoga. Ha pubblicato il romanzo "La luna crescente" (Emersioni, 2020)

Ti potrebbe anche interessare

Ultimi articoli