Sul regime carcerario applicato a differenti circostanze si misura la salute di un ordinamento realmente democratico e il caso Cospito va visto soprattutto in chiave politica.
Sul caso Cospito e il 41bis
Nell’affrontare la questione riguardante l’anarchico Alfredo Cospito sottoposto alle misure carcerarie del 41bis, occorre una necessaria premessa.
Appare infatti quasi pleonastico ribadire la sproporzione della pena detentiva inflitta rispetto alla reale pericolosità insurrezionale del movimento anarchico e delle singole azioni eversive compiute.
Gli anarchici sono da sempre residuali nella galassia dell’antagonismo sociale, non godono di una rete capillare di militanti attivi, non possono quindi costruire organizzazioni realmente pericolose per la sicurezza dello Stato.
Forse le loro imprese sono anzi ingigantite dalla stampa nazionale proprio perché la cultura anarchica è semmai la meno insidiosa, tra quelle extraparlamentari, per un sistema ideologicamente fondato sulla libera mobilità dei capitali.
Ma il punto non è questo. Credo sia necessario porre la questione in termini differenti da come è stata affrontata. In modo talmente lontano dalle espressioni del dibattito in corso da risultare probabilmente indigesta ai più.
Mi allontanerò, per forza di cose, anche dalla battaglia degli anarchici stessi che si scagliano contro il 41bis nella sua totalità. Cadendo nel medesimo errore di chi ha pensato di sottoporre a quella misura lo stesso Cospito. L’errore è simmetrico.
In entrambi i casi si pensa che le organizzazioni politiche possano essere, nel caso in cui attentino alla sicurezza dello stato, assimilabili alle organizzazioni malavitose.
So bene che l’eversione politica ha causato nella nostra storia tragedie umane, lutti insopportabili, ingiustificabili. Ma non rispondeva a pulsioni meramente criminali.
Questo tema è difficilissimo da comprendere in un’epoca spoliticizzata soprattutto quando la stagione della lotta armata è stata liquidata come un’articolazione della delinquenza comune o ridotta a meri disegni orditi da apparati deviati dei servizi di sicurezza (che ci saranno anche stati ma che non possono condizionare un giudizio storico sul fenomeno). Oppure relegata nel terreno della psicopatia umana.
Ciò che si vuole negare è l’esistenza di differenti dimensioni etiche tra chi ha impulsi criminali tesi all’arricchimento di una struttura associata rispetto a chi si organizza con intenti dichiaratamente ideologici per una sua visione del mondo.
Nel primo caso gli intenti e le condotte saranno egualmente immorali. Nel secondo al contrario gli intenti non necessariamente saranno immorali mentre talvolta le condotte sì, ma mai o quasi viziate da ragionamenti futili.
Quei ragionamenti potranno essere sbagliati, non supportati da un reale contatto con la realtà, generati da una superficiale consapevolezza dei rapporti di forza in campo o poco inclini nell’accettare un giudizio di repellenza da parte del resto della società.
Ma mai propensi ad accettare la violenza come grammatica generale delle relazioni interpersonali, come legge a protezione di interessi individuali o di profitto. Per questo i militanti della lotta armata si dichiaravano prigionieri politici.
Non per accedere a sconti di pena, ma per responsabilizzarsi di fronte alle proprie scelte. E per responsabilizzare l’apparato democratico di fronte alla loro esistenza.
Quindi se non intrecciate da frequentazioni con la malavita, se non coinvolte in attentati premeditati in cui perdono deliberatamente la vita degli innocenti, le organizzazioni politiche eversive non dovrebbero essere risucchiate nel regime punitivo del 41bis, il quale è stato concepito con una diversa logica. Annientare le organizzazioni mafiose e rendere innocui i loro vertici.
Ribadito che Cospito si è reso responsabile di qualche azione dimostrativa che in assoluto non giustifica in nessun modo l’applicazione di quel regime, ritengo fuorviante anche la sua battaglia – e con lui di tutto il movimento anarchico – quando contesta nella sua generalità il 41bis e non la sua inapplicabilità a organizzazioni mosse da convinzioni politiche. Anche sul regime carcerario applicato a differenti circostanze si misura la salute di un ordinamento realmente democratico.

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