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Il primo ministro del governo militare, Prayut Chan-o-cha, ha annunciato il suo ritiro dalla vita politica, aprendo le porte ad un governo civile dopo la vittoria dell’opposizione alle elezioni di maggio.
Thailandia: il ritiro di Prayut Chan-o-cha apre le porte al governo civile
Leader del colpo di Stato militare del 2014, Prayut Chan-o-cha ha governato la Thailandia negli ultimi nove anni, offrendo certo stabilità al Paese dell’Asia sud-orientale, ma chiudendo di fatto le porte alla possibilità della restaurazione di un governo civile. Questo fino alle elezioni di maggio, quando l’opposizione ha ottenuto una clamorosa vittoria, facendo planare il dubbio sul futuro politico della Thailandia.
Dopo la vittoria dell’opposizione, molti osservatori hanno lasciato intendere che i militari avrebbero potuto operare un nuovo golpe per invalidare il risultato elettorale, nonostante le rassicurazioni dell’esercito. A questo si è aggiunta l’incertezza dovuta alla frammentazione dell’opposizione, incapace di trovare un accordo per la formazione dell’esecutivo nei primi due mesi successivi alle elezioni.
A tranquillizzare coloro che temevano un nuovo golpe militare ci ha pensato proprio il leader Prayut Chan-o-cha, che il 10 luglio ha annunciato a sorpresa il suo ritiro dalla vita politica. In una dichiarazione rilasciata dal suo partito martedì, l’ex comandante dell’esercito di 69 anni ha espresso la sua intenzione di ritirarsi dalla politica e dimettersi come membro della formazione politica da lui fondata, il PRTSC (Phak Ruam Thai Sang Chart, ovvero “Partito dei thai uniti per costruire una nazione”), noto anche con la denominazione inglese di United Thai Nation Party.
La decisione arriva dopo che il PRTSC ha chiuso solamente al quinto posto alle ultime elezioni, dimostrando come l’elettorato abbia bocciato il governo uscente.
Sebbene non abbia citato un motivo specifico per la sua partenza, Prayut ha invitato i leader e i membri del partito a continuare i loro sforzi politici salvaguardando le istituzioni, la nazione, la religione e la monarchia, sottolineando l’importanza di prendersi cura del popolo thailandese. Nella sua dichiarazione, Prayut ha inoltre evidenziato i suoi successi durante i suoi nove anni in carica, sottolineando il suo fermo impegno a proteggere la nazione, la religione e la monarchia. Ma questo apre anche le porte all’elezione del nuovo primo ministro, che dovrebbe avere luogo proprio nelle prossime ore. Al momento, il favorito sembra essere Pita Limjaroenrat, leader del partito socialdemocratico PKK (Phak Kao Klai, o Move Forward Party). Il PKK ha chiuso al primo posto alle elezioni di maggio, ma con 152 seggi sui 500 che compongono l’emiciclo di Bangkok dovrà necessariamente fare ricorso ai voti di altre forze politiche.
In base alle informazioni disponibili, sembra che Limjaroenrat sia riuscito a formare una coalizione di ben otto partiti, che gli permetterebbe di ottenere 312 voti alla camera bassa, la Camera dei Rappresentanti (Sapha Phuthaen Ratsadon). L’accordo tra gli otto partiti ha anche permesso l’elezione di Wan Muhamad Noor Matha come presidente della camera bassa. Wan Noor è un politico esperto ed un rappresentante di spicco del Prachachart Party (o National Party), una formazione minore che dispone di soli nove seggi, ma la sua scelta è stata considerata come un compromesso tra il partito di Limjaroenrat e quello che dovrebbe diventare il suo principale alleato, il centrista PPT (Phak Phuea Thai, o Pheu Thai Party), che si rifà alle politiche dell’ex primo ministro Thaksin Shinawatra, in carica dal 2001 e dal 2006, ed è considerato come una sorta di partito personale della ricca famiglia Shinawatra.
Tuttavia, anche se il voto di fiducia tra i membri della Camera dei Rappresentanti dovesse andare secondo programma, questo potrebbe non essere sufficiente. Oltre alla camera bassa, eletta direttamente dal popolo, il parlamento thailandese è costituito anche da una camera alta, il Senato (Phruetthasapha) composto da 250 membri nominati direttamente dai vertici militari, i cui membri possono contribuire a respingere la formazione del governo a discapito della volontà popolare. Questo potrebbe impedire a Limjaroenrat di ottenere la fiducia del parlamento, e far piombare la politica thailandese in una fase di stallo.
Una volta che Wan Noor ha assunto l’incarico di presidente della camera bassa, tra i suoi primi compiti c’era quello di convocare una sessione congiunta delle due branche del parlamento per decidere sulla nomina del nuovo primo ministro, il che richiede i voti di oltre la metà dei 750 membri della legislatura bicamerale. Questo significa che i 312 voti della coalizione composta da Limjaroenrat non sarebbero sufficienti senza il sostegno di un numero cospicuo di senatori o di una parte dei deputati di opposizione, per un totale di almeno 64 voti che al momento risultano mancanti.
A questo si aggiungono i timori che il nuovo governo possa essere contrastato attraverso azioni legali, cosa già accaduta in passato nei confronti di esecutivi che non erano a guida conservatrice. Nella storia recente della politica thailandese, infatti, diversi esecutivi sostenuti dal PPT sono stati vittime delle sentenze della Commissione elettorale e della Commissione nazionale anticorruzione, entrambe agenzie nominalmente indipendenti che sono spesso viste come favorevoli all’élite al potere. Lo stesso Pita Limjaroenrat è stato accusato di aver violato un divieto costituzionale ai politici di detenere azioni in una società di telecomunicazioni, anche se il candidato premier ha risposto che le azioni appartengono a suo padre.
“La prospettiva che possa essere bandito dalla politica e persino incarcerato per quella che è vista al massimo come una violazione tecnica minore ha innescato timori che la Thailandia possa vedere un ritorno all’instabilità politica che ha tormentato il Paese dal 2006, quando l’esercito ha rovesciato il governo dell’allora primo ministro Thaksin Shinawatra”, si legge in un articolo pubblicato da Al Jazeera.

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