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Trump e Putin non sono alleati ma rivali strutturali. Le alleanze globali si basano su interessi, non ideologie. L’Europa resta intrappolata in una lettura moralistica che ignora i rapporti di forza e la rende politicamente irrilevante.
Trump, Putin e l’illusione delle alleanze facili
Nel dibattito pubblico europeo — e italiano in particolare — continua a circolare una rappresentazione semplificata e, per certi versi, consolatoria degli equilibri globali: quella di un mondo diviso in blocchi ideologici coerenti, dove Donald Trump, Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu sarebbero parte di una stessa galassia politica. Una sorta di “internazionale nera” che agirebbe in modo – se non coordinato – affine per obiettivi. È una lettura comoda e per giunta sbagliata.
Gli Stati Uniti e la Russia restano i principali antagonisti strategici del sistema internazionale, ancor più della Cina, per ragioni diverse. Possono negoziare, possono evitare escalation dirette, possono perfino convergere su dossier specifici ma restano rivali strutturali. Ridurre questa tensione a un conflitto di personalità o a una differenza di stile politico significa ignorare la natura profonda dei rapporti di forza globali.
Allo stesso modo, le tensioni tra Stati Uniti e Unione Europea — spesso enfatizzate nei media — si sviluppano all’interno di un’alleanza consolidata. Un matrimonio, per usare una metafora abusata ma efficace, che può attraversare crisi ma difficilmente sfocia in separazione.
L’asse reale: potenza, sopravvivenza e controbilanciamento
Nel mondo multipolare emergente, la Russia svolge una funzione precisa: quella di contrappeso. Non è una questione morale, né ideologica. È una questione di equilibrio. Paesi sottoposti a pressione americana — da Cuba a Iran — trovano nella relazione con Mosca uno spazio di resistenza.
Questo non significa che la Russia sia un attore “benevolo”. Significa che esiste una dinamica di sistema in cui le potenze si bilanciano reciprocamente. È il principio base della geopolitica, spesso rimosso nel dibattito pubblico, dove prevale una narrazione moralizzata delle relazioni internazionali.
Il ruolo dei BRICS assume rilevanza proprio in quest’ottica. Paesi come il Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva mantengono margini di autonomia proprio grazie all’esistenza di un sistema alternativo — ancora incompleto, ma in espansione — rispetto all’ordine occidentale. Senza questo spazio, la sopravvivenza politica ed economica di molti attori globali sarebbe significativamente più fragile.
La coerenza impossibile della politica morale
Uno degli aspetti più problematici del discorso europeo riguarda la pretesa di applicare criteri morali uniformi a contesti radicalmente diversi. Condannare simultaneamente Israele per le sue operazioni militari e la Russia per l’intervento in Ucraina può apparire coerente sul piano etico. Ma sul piano politico produce un effetto opposto: neutralizza la capacità di incidere.
Perché la politica internazionale non è un esercizio di coerenza astratta. È una gestione di rapporti di forza. E chi ignora questi rapporti finisce per collocarsi in una posizione marginale, dove le dichiarazioni sostituiscono le decisioni. Il problema dunque non è la condanna in sé ma l’assenza di una strategia che la renda operativa.
Nel frattempo, le categorie ideologiche tradizionali — destra, sinistra, progressismo, conservatorismo — risultano sempre meno utili per interpretare la realtà. Le alleanze si costruiscono su interessi concreti, non su affinità politiche. E questi interessi possono produrre convergenze inattese e divergenze altrettanto improvvise. L’idea di un fronte compatto che unisca leader così diversi per storia, obiettivi e contesto è più una costruzione mediatica che una realtà operativa.
Vale per la fantasia di un “internazionale nera” come per un fronte repubblicano (o campo largo): scorciatoie mediatiche, strumenti di polarizzazione per fini elettorali interni. Il risultato è un dibattito pubblico che oscilla tra semplificazione e moralismo, perdendo di vista la dimensione strutturale dei conflitti.
E qui emerge il punto più scomodo: schierarsi in politica internazionale non è mai un atto neutro. Non esistono posizioni “pure”, prive di implicazioni sistemiche. Ogni scelta implica un allineamento, anche quando non viene esplicitato.
Nel caso del Medio Oriente, ad esempio, sostenere determinate cause significa inevitabilmente inserirsi in un campo di forze più ampio, che include attori statali e non statali con agende differenti. Non si può sostenere contemporaneamente la causa palestinese – tergiversare sul Libano “perchè Hezbollah”… – e appoggiare implicitamente l’aggressione all’Iran.
La geopolitica non premia la coerenza morale, ma la capacità di leggere la realtà per ciò che è. Il resto è narrazione.

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