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Cento milioni pagati dal Governo a JC Electronics prima dell’appello, mentre l’Avvocatura aveva giudicato erronea la sentenza. Nessuna prova di illecito, ma una sequenza che impone a Giorgia Meloni di spiegare in Parlamento chi ha detto sì e perché.
L’Avvocatura disse no, qualcuno disse sì: chi ha firmato i cento milioni?
Durante la prima ondata del Covid, secondo la ricostruzione di Repubblica, bastò un foglio lasciato alla portineria della Protezione civile perché la JC Electronics ottenesse una commessa di mascherine, poi mai portata a termine. Per chiudere il contenzioso nato da quella vicenda, lo Stato ha impiegato due giorni a trovare più di cento milioni: il decreto legge che stanziava 110 milioni è del 29 ottobre 2025, e la transazione da 100,2 milioni è stata firmata due giorni dopo.
La causa nasce dalla risoluzione del contratto: la società ha portato lo Stato in tribunale e in primo grado ha vinto. La sentenza 17025/2024 della XVI sezione civile del Tribunale di Roma ha condannato Palazzo Chigi e ministero della Salute a pagare 203.012.065 euro, oltre a interessi e rivalutazione.
L’Avvocatura dello Stato ha avuto un percorso meno lineare di quanto si dica. Secondo due pareri inediti pubblicati da Repubblica, il 24 novembre 2024 definì la sentenza «gravemente erronea» e sostenne la necessità di appellare. Otto mesi dopo, il 27 luglio 2025, di fronte a una proposta transattiva da 134 milioni, scrisse che il rischio maggiore riguardava soltanto dieci milioni di mascherine.
Dopo ulteriori interlocuzioni e le insistenze del ministero, però, cedette. Il governo sostiene che l’accordo finale sia stato chiuso con il parere favorevole dell’Avvocatura, e che abbia evitato all’erario una somma molto più alta.
L’importo effettivo è di 100.221.429,85 euro, circa la metà della condanna ma più di quanto l’Avvocatura riteneva giustificato. I senatori del PD aggiungono che la transazione è stata conclusa prima della sentenza d’appello, mentre l’udienza sulla sospensiva era già fissata e all’Avvocatura veniva chiesto un secondo parere. Dario Bianchi, titolare di JC Electronics, sostiene di aver incassato soltanto 23 milioni, perché parte dei crediti era stata ceduta a soggetti finanziari prima della firma.
L’accordo è diventato pubblico a luglio 2026, con la risposta del ministro della Salute Orazio Schillaci a un’interrogazione di senatori del PD. Nel frattempo Bianchi era diventato uno dei testimoni centrali della Commissione Covid, grande accusatore della gestione Conte, e frequentava le iniziative di Fratelli d’Italia, come Atreju. In passato la società aveva finanziato il partito, ma con una cifra inferiore ai mille euro. Dopo la transazione, in Commissione, Bianchi ha chiamato in causa l’avvocato Luca Di Donna, ex collega universitario di Conte, come presunto intermediario, senza fare riferimento all’accordo.
Conte ha poi consegnato alla Procura di Roma un verbale anonimo sulla conformità delle mascherine, e sulla vicenda sono in corso accertamenti. JC Electronics e Bianchi respingono ogni insinuazione di favore politico, ricordando che il pagamento deriva da una sentenza immediatamente esecutiva e da un accordo predisposto con il patrocinio dell’Avvocatura. La capogruppo di FdI Alice Buonguerrieri sostiene che quel documento fosse già stato vagliato dalla magistratura con esito opposto, mentre il presidente della Commissione, Marco Lisei, ha dichiarato i fatti successivi alla pandemia fuori dal suo perimetro.
Il conto lo paghiamo noi, le domande tocca farle all’opposizione
Conviene dire subito che cosa i fatti consentono e che cosa no. Cento milioni pagati a una società che ha vinto in tribunale non sono, di per sé, un reato, e una donazione inferiore ai mille euro non fa di un’azienda il tesoriere di un partito: chi grida al «regalo» come a un fatto provato commette lo stesso errore di chi, per mesi, ha costruito teoremi sulle mascherine altrui. Il punto politico riguarda la sequenza.
La sequenza racconta che un ufficio legale dello Stato giudicò erronea una sentenza, vide ridursi il proprio rischio a un perimetro ristretto e infine cedette dopo le insistenze del ministero. Se le carte sono quelle riportate, l’Avvocatura ha resistito e a premere è stata la politica, e a quel punto la domanda non è più se la transazione fosse conveniente ma chi abbia insistito, con quali argomenti e perché con tanta fretta da portare un decreto legge in due giorni. È una domanda da democrazia prima che da procura.
Il secondo capitolo ha la grazia di una commedia. Una commissione parlamentare nata per processare la gestione pandemica del governo precedente ascolta come testimone centrale la controparte di una transazione milionaria dello Stato, e scopre che l’argomento è fuori dal proprio perimetro: un perimetro così stretto da escludere la riga più interessante dell’inchiesta. Chi indaga sulle mascherine sprecate di ieri trova elegante non guardare i cento milioni di oggi.
Conte, che dalla vicenda ricava un’occasione politica, ha contrapposto la cifra ai sei milioni che il governo non avrebbe trovato per le mammografie. È un paragone da comizio, ma non per questo sbagliato nella sostanza: la scala delle priorità di un esecutivo si legge anche nella velocità con cui trova i soldi quando vuole trovarli.
Resta la richiesta che Movimento 5 Stelle e PD rivolgono alla presidente del Consiglio: portare in Parlamento l’accordo, il parere dell’Avvocatura, l’atto d’appello, l’istanza di sospensiva, i verbali del negoziato e gli atti di pagamento. Non è una richiesta di vendetta, è l’elenco dei fogli che permetterebbero ai contribuenti di sapere se hanno risparmiato o perso denaro in un accordo che nessuno vuole spiegare.
La trasparenza, d’altronde, è una virtù che a Palazzo Chigi si pretende dagli avversari con grande rigore, e di cui ci si accorge, quando tocca a loro, soltanto dopo che ha prodotto un titolo di giornale.

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