Mali, la guerra invisibile che l’Occidente non capisce

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Mali, Kidal persa ma non ceduta: ritiro tattico di FAMA e Russia contro FLA e jihadisti JNIM. Il Sahel resta una guerra senza confini, tra interessi globali e alleanze fluide. La strategia di Bamako: dividere i nemici e logorarli.

Kidal persa, strategia ridefinita: cosa sta accadendo davvero

Tra il 25 e il 26 aprile 2026, due fatti hanno ridefinito il quadro militare in Mali: la conferma della morte del ministro della Difesa Sadio Camara in un attentato suicida a Kati, e il ritiro congiunto dall’area di Kidal delle forze maliane (FAMA) e dei mercenari russi dell’Africa Corps.

Kidal, storico bastione dell’Azawad, torna così sotto il controllo del Front de libération de l’Azawad (FLA), sostenuto sul terreno dalla coalizione jihadista Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM).

Non è una disfatta, ma una ritirata e nel lessico militare le parole contano. Come ha scritto il ricercatore Filippo Bovo alle cui dettagliate analisi si devono le poche notizie che giungono in Italia su questo conflitto “misterioso”, restare nella base ex MINUSMA con linee di rifornimento fragili, centinaia di chilometri di territorio ostile e rischio accerchiamento avrebbe significato replicare il disastro di Tinzaouaten (luglio 2024), quando oltre 80 uomini della Wagner e decine di soldati maliani furono annientati da più di mille combattenti tuareg e jihadisti.

Questa volta Bamako ha scelto di non offrire al nemico una vittoria “spendibile”. Perché nel Sahel il piano mediatico vale quanto quello militare: una vittoria tattica può essere venduta come strategica, e diventare carburante per reclutamento, finanziamenti e propaganda.

Sahel: guerra senza confini, alleanze fluide, interessi globali

Ridurre il conflitto maliano a una guerra interna è un errore analitico, e qui torniamo alla prospettiva di Filippo Bovo: il Sahel non è uno spazio statale, ma un sistema poroso: Parliamo di un corridoio che collega Algeria, Mauritania, Burkina Faso, fino al Golfo di Guinea con Benin e Costa d’Avorio. Qui si muovono uomini, armi e capitali con una facilità che rende i confini una finzione cartografica. Inserire nuovi combattenti nelle file del FLA o del JNIM non è un problema logistico, ma una funzione del sistema.

Sul fondo, gli interessi internazionali. Francia e Stati Uniti restano attori indiretti ma strutturali. L’Algeria mantiene un ruolo ambiguo nella gestione della questione tuareg. E poi ci sono presenze più discrete — consiglieri militari, supporto tecnico — che trasformano il conflitto in una partita multilivello.

Nel frattempo, emerge un altro attore: l’ISSP, affiliato all’ISIS, entrato dal Niger e già in competizione con JNIM e FLA. Un dettaglio che cambia gli equilibri: quando i nemici iniziano a combattersi tra loro, la guerra diventa più caotica ma anche più “gestibile” per chi sa sfruttare le fratture.

La partita vera: dividere il fronte, colpire le reti, logorare

Il governo guidato da Assimi Goïta non può permettersi una guerra lineare. La strategia è più elementare — e più brutale: dividere, isolare, logorare. Da un lato, interrompere le linee di rifornimento che alimentano FLA e JNIM, tagliando i flussi da nord e da sud. Dall’altro, consolidare il controllo nel centro e nel sud del paese, evitando di aprire fronti simultanei.

Ma il vero punto è politico: separare i tuareg del FLA dai jihadisti. Non tutti combattono per le stesse ragioni. Una parte dei tuareg è disponibile a trattare, come dimostra il ruolo del GATIA, schierato con Bamako e favorevole a un’autonomia interna, non alla secessione. Se il FLA si divide, JNIM resta isolato. E una guerra su un solo fronte è una guerra più semplice.

Nel frattempo, i sequestri di militari e paramilitari restano una leva strategica per i gruppi armati: servono a negoziare, a intimidire, a costruire l’immagine di invincibilità. Ma anche questo meccanismo mostra crepe: l’effetto psicologico non è più quello di qualche anno fa.

Oltre la narrativa coloniale: chi combatte davvero

C’è un equivoco occidentale che continua a deformare la lettura del conflitto: l’idea che la guerra in Mali sia una partita tra potenze esterne — Russia, Francia, Stati Uniti — con i maliani relegati a comparse.

È una lettura comoda e sbagliata. Le Forze Armate del Mali (FAMA), insieme a paramilitari e volontari, restano il fulcro del conflitto. Combattono su fronti lunghi migliaia di chilometri, con logistica fragile e supporto intermittente. Non è eroismo retorico. È realtà operativa.

Il ritiro da Kidal non è una resa, ma un passaggio. Il Sahel non si conquista con una battaglia, ma con una sequenza di logoramenti. E in questa guerra, più che vincere, conta resistere abbastanza a lungo da far crollare l’avversario dall’interno.

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