Mali, attacchi nel Sahel: jihadisti e separatisti colpiscono FAMA e alleati russi

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Attacchi coordinati di JNIM e FLA colpiscono il Mali: basi e città sotto assedio, combattimenti a Kidal, Gao e Mopti. Il FAMA reagisce e riconquista terreno, ma l’insurrezione resta attiva. Il Sahel si conferma una crisi permanente.

Mali, la guerra che non finisce: jihadisti e separatisti sfidano Bamako

Nelle prime ore di ieri, il Mali è tornato a essere un campo di battaglia aperto. Il gruppo jihadista Jama’at Nasr al-Islam wal-Muslimin, affiliato ad al-Qaeda, insieme al Front de Libération de l’Azawad, ha lanciato una serie di attacchi simultanei contro postazioni delle Forze Armate Maliane e del cosiddetto Corpo d’Africa russo, partner militare della giunta di Bamako.

Non si è trattato di incursioni isolate. Almeno sei o sette centri urbani e basi militari sono stati colpiti in poche ore, inclusi snodi strategici nel nord e perfino aree prossime alla capitale. Un’operazione coordinata, pianificata, con un obiettivo evidente: dimostrare che il controllo del territorio da parte dello Stato maliano resta fragile, nonostante la narrazione ufficiale.

Alcune località sono state temporaneamente occupate dai miliziani, soprattutto nel nord del Paese, dove il FLA ha concentrato le sue forze. La risposta del FAMA è stata rapida: contrattacchi, riconquista delle posizioni, eliminazione di numerosi combattenti. Ma il punto non è solo militare. È politico.

Kidal, Gao, Mopti: la geografia della crisi

Il cuore della tensione resta Kidal, simbolo storico dell’Azawad e epicentro delle rivendicazioni tuareg. Qui i combattimenti sono ancora in corso, e non è un dettaglio secondario. Kidal è molto più di una città: è il barometro del controllo statale nel nord del Mali. Per la giunta guidata da Assimi Goïta, mantenerne il controllo significa legittimare il proprio progetto politico.

Altri fronti restano aperti. A Gao e Mopti si registrano scontri intensi, mentre attacchi sono stati segnalati anche a Bourem, Tessalit e Anéfis. Nelle zone più vicine a Bamako – Kati, Sevaré e Senou – le offensive sono state respinte, ma il dato resta: i gruppi armati sono in grado di colpire su più direttrici contemporaneamente. E questo, al netto delle dichiarazioni ufficiali, indica una capacità operativa tutt’altro che residuale.

Il Sahel come scacchiera globale

Ridurre quanto accaduto a una semplice offensiva jihadista sarebbe comodo, ma superficiale. Il Sahel è ormai una zona di competizione multilivello, dove attori locali, regionali e internazionali si sovrappongono.

Il JNIM rappresenta la componente islamista, ma il FLA incarna una dinamica diversa: quella separatista tuareg, radicata in anni di marginalizzazione e conflitti irrisolti. Due agende differenti che, però, trovano convergenza tattica contro Bamako.

Sul piano esterno, il quadro si complica ulteriormente. Il sostegno – diretto o indiretto – a gruppi armati nell’area coinvolge diversi Paesi della regione, dal Golfo di Guinea al Nord Africa. Le linee sono fluide, le alleanze variabili, le responsabilità distribuite.

Nel frattempo, la presenza russa in Mali continua a essere un fattore decisivo. Dopo l’uscita progressiva delle forze francesi, Bamako ha scelto Mosca come partner principale. Una scelta che ha ridefinito gli equilibri, ma che non ha eliminato la minaccia.

Stabilità apparente, instabilità reale

La narrativa ufficiale parla di una crisi sotto controllo. E in parte è vero: il FAMA ha reagito rapidamente, ha contenuto gli attacchi, ha riconquistato le posizioni perse. Ma questa lettura rischia di essere miope.

Perché ogni offensiva coordinata di questo tipo dimostra che l’insurrezione non è stata sconfitta, ma solo contenuta. È un fenomeno ciclico, che si ritira e riemerge, adattandosi al contesto.

Non è la prima volta. Solo pochi mesi fa, un tentativo di accerchiamento di Bamako aveva già mostrato la vulnerabilità del sistema. Anche allora, la giunta resistette, sostenuta da una combinazione di consenso interno e supporto militare esterno. Il problema è che resistere non equivale a stabilizzare.

E qui emerge il limite strutturale della strategia attuale: una risposta prevalentemente militare a un problema che è anche politico, sociale e territoriale. Senza una ridefinizione dei rapporti tra centro e periferie, senza un’integrazione reale delle comunità locali, ogni vittoria tattica resta temporanea.

Nel frattempo, il Sahel continua a scivolare in una condizione di conflitto permanente a bassa intensità. Un equilibrio instabile, in cui nessuno vince davvero, ma tutti perdono qualcosa.

E mentre le capitali occidentali osservano a distanza, spesso più preoccupate di contenere l’influenza altrui che di risolvere le cause profonde, il Mali resta quello che è diventato negli ultimi anni: non un’eccezione, ma un laboratorio.

 

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