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Mosca colpisce i ponti di Kiev e intima agli stranieri di sgomberare, Zelensky promette fuoco sulle raffinerie: la guerra si fa escalation reciproca, ognuna giustificata dall’altra. Con le ambasciate in ostaggio e Washington che parla di colloqui, a pagare sono i civili.
Due ponti colpiti, un invito a sgomberare e la solita definizione elastica di obiettivo militare
Su otto ponti che uniscono le due rive del Dnipro a Kiev, due sono stati colpiti dai droni russi nell’arco di due giorni, e il ministero degli Esteri di Mosca ha scelto di rivolgersi non ai comandi ucraini ma ai diplomatici e ai cittadini stranieri, esortandoli ad abbandonare la capitale.
Il Ponte Sud è stato chiuso al traffico in entrambe le direzioni, con lunghe code di auto e autobus ferme sulle arterie principali, mentre il Ponte Paton, più a nord, è rimasto aperto in un solo senso di marcia. Sabato 3 ottobre è toccato al Ponte Nord: un drone ha ferito due persone, danneggiato la carreggiata e tranciato i cavi dei filobus. Il ministero della Difesa russo ha rivendicato l’attacco sostenendo che il ponte servisse a spostare truppe e rifornimenti.
L’amministrazione militare di Kiev ha risposto riscrivendo le regole di transito durante gli allarmi, con una sosta di quindici minuti su alcuni attraversamenti, mentre il governo ha annunciato per la settimana successiva l’avvio dei lavori per passaggi di riserva su pontoni.
Nelle stesse ore la diplomazia russa ha ribadito l’invito a lasciare la città, avvertendo che le proprie forze continueranno con «massicci attacchi di rappresaglia» sulla capitale e raccomandando di non sostare nemmeno nei pressi di siti di interesse militare. Il portavoce degli Esteri ucraino, Heorhii Tykhyi, ha fatto sapere che nessuna missione diplomatica ha comunicato l’intenzione di spostarsi.
Sul fronte opposto, in un’intervista a Reuters, Volodymyr Zelensky ha promesso che l’Ucraina intensificherà gli attacchi alle raffinerie russe, in risposta a una presunta «nuova dottrina» di bombardamenti che, a suo dire, punterebbe a spingere la popolazione ad abbandonare Kiev e altre città, assicurando che Kiev non colpirà civili. Il presidente ha citato documenti dell’intelligence ucraina che non sono stati resi pubblici. Il ministero della Difesa di Mosca ha replicato che intensificherà i colpi su Kiev e altre zone del Paese. Sul terreno, la controffensiva ucraina denominata «Vivaldi» avrebbe riconquistato circa 140 chilometri quadrati nel Donbas, regione che Mosca dichiara di dover controllare per intero come condizione di qualsiasi accordo. Ma si tratta di aree grigie fondamentalmente, con continue infiltrazioni e scarso attrito bellico reale.
Zelensky non vede aperture da parte di Putin, e i colloqui tecnici trilaterali negli Emirati, sostenuti da Washington, non hanno ancora data né sede.
Sgomberare i testimoni prima di colpire i civili
L’invito rivolto agli stranieri ha poco a che fare con la loro incolumità. Mosca ha interrotto le relazioni diplomatiche con Kiev nel 2022 e ha dunque un solo destinatario possibile per avvisi di questo genere, le cancellerie dei Paesi terzi, a cui comunica che la loro presenza è tollerata fino a nuovo ordine.
Se le ambasciate partissero, l’Ucraina perderebbe testimoni e legittimazione simbolica, mentre se restassero diventerebbero ostaggi involontari di una geografia dei bersagli decisa altrove. Che nessuna missione abbia manifestato l’intenzione di andarsene dice che il messaggio è stato letto per ciò che è, una pressione politica travestita da premura.
L’etichetta di obiettivo militare funziona come un bollino di qualità che ciascuno applica ai propri bersagli. Un ponte che unisce due metà di una metropoli serve ai soldati, certo, ma serve anche a chi va al lavoro, a chi accompagna i figli a scuola, alle ambulanze.
Il Protocollo aggiuntivo I del 1977 chiede di dimostrare un contributo effettivo all’azione bellica e un vantaggio militare preciso, non di invocarli a verbale, e vieta gli atti il cui scopo primario è terrorizzare la popolazione civile. Se la ricostruzione di Zelensky fosse esatta, e le finalità dei raid fossero davvero quelle di svuotare le città, la formula perderebbe ogni pretesa di neutralità tecnica.
Tuttavia sarebbe comodo leggere il quadro come lo scontro tra una dottrina e una pura reazione. Le raffinerie sono infrastrutture a duplice uso, che alimentano l’esercito ma anche il mercato interno russo, e la promessa di risparmiare i civili arriva da chi conosce bene il peso di un impianto energetico sulle città in pieno inverno. La parola «risposta» ricorre nei comunicati di entrambi i fronti con la regolarità di una sala stampa, e a una sola dichiarazione di Zelensky basta una controdichiarazione della Difesa russa, a riprova che nessuno dei due cerca un modo per smettere.
I documenti che dimostrerebbero la nuova dottrina restano invisibili, e giova ricordare che compaiono nei giorni in cui Kiev ha sbloccato a Bruxelles i fondi per ordinare i droni necessari all’inizio del 2027: una coincidenza che non invalida la notizia, ma impone di maneggiarla con prudenza.
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Il capitolo diplomatico è il più surreale. Centoquaranta chilometri quadrati recuperati contro una regione che Mosca pretende intera per sedersi al tavolo, colloqui negli Emirati che esistono come voce d’agenda ma non come data né come luogo, un presidente che dichiara di non vedere segnali di apertura.
Nel frattempo, a Kiev, si aspetta un quarto d’ora all’imbocco del ponte quando suona la sirena: è la forma concreta assunta oggi dalla geopolitica per chi non ha un’ambasciata a cui rivolgersi.

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