Annunciata da mesi, la battaglia di Cherson segnala la controffensiva ucraina sul fronte meridionale tesa a riconquistare almeno in parte la regione.
Appare molto difficile avere in quadro preciso degli sviluppi su un campo di battaglia esteso su un fronte di circa 160 chilometri, in un conflitto ad alta intensità come quello ucraino, che sarebbe insostenibile per qualsiasi esercito europeo per più di due o tre settimane e che invece, nel complesso, va avanti da oltre 6 mesi.
In quest’offensiva, dopo una settimana, le forze di Kiev non sembrano aver ottenuto significativi contro le linee difensive erette dall’aprile scorso dalle truppe russe e rinforzate nelle ultime settimane dall’afflusso di nuove unità dalla Russia, in gran parte schierate però sulla riva est del Dnepr.
La battaglia di Cherson, gli ultimi sviluppi
Di Francesco Dall’Aglio*
L’esercito ucraino ha preso il controllo di tre quarti dell’abitato di Vysokopillya a nord e, sempre nel settore settentrionale, di Zolota Balka (al momento è ancora sotto controllo).
Invece Arhangels’ke, un po’ più a sud, che ieri era anch’essa in mano ucraina, è stata ripresa e ora è contestata (ho messo due cerchi, ad ogni modo nessuno dei due controlla l’intero abitato).

La testa di ponte di Suhoi Stavok è stata molto ridotta ma resiste ancora, sotto il fuoco continuo dell’artiglieria e dell’aviazione russa, mentre gli ucraini continuano a fare affluire rinforzi da Bereznehuvate per tentare di allargarla.
Più a sud ci sono continui tentativi di sfondamento da Posad, per tentare di mettere piede sulla strada diretta per Cherson, e verso Novogrigorivske per provare ad arrivarci da sopra. Per ora le linee russe in quella zona tengono. Lungo la costa non si segnalano tentativi di attacco.
Per ora, dunque (e sottolineo: per ora) l’offensiva ucraina non ha raggiunto nessuno degli obiettivi prefissati, che sono veramente, almeno a quanto riferiscono fonti ucraine non ufficiali (ovviamente), davvero arrivare a Nova Khakovka e quantomeno nelle vicinanze di Cherson – riassumo questi obiettivi, che continuo a trovare un po’ troppo ottimisti, nella seconda mappa allegata.
Sempre secondo queste fonti, sono stati mesi in campo circa 55.000 uomini (i soldati russi presenti nell’area sono meno di 20.000), organizzati per una serie di assalti consecutivi.
Il primo scaglione, quello che doveva aprire tutti i punti d’ingresso, composto da 5000 soldati scelti e dei reparti speciali; il secondo scaglione, composto da 10.000 soldati di unità regolari con buona esperienza sul campo, doveva allargare le brecce, nelle quali dovevano poi entrare il terzo e il quarto scaglione, composti ognuno da 10.000 uomini tra reparti speciali tenuti in riserva e altre unità regolari con esperienza sul campo.
A chiudere, un quinto scaglione di 20.000 soldati delle unità territoriali, per ripulire le sacche. Un investimento colossale di uomini e mezzi nel quale è confluita buona parte degli armamenti ricevuti dalla NATO negli ultimi mesi, dai missili antiradar HARM at T-72 polacchi ai trasporto truppe olandesi YPR-765.
Non so se queste cifre sono corrette ma certamente ci troviamo di fronte a un’offensiva estremamente seria, come confermato dall’intensità degli attacchi e dalla ripetizione quotidiana dei tentativi di sfondamento.
Pare evidente che è un’operazione su cui il comando ucraino conta molto, tanto che nonostante il sostanziale fallimento delle prime due ondate d’attacco gli assalti continuano, condotti in questo momento dagli uomini del terzo e quarto scaglione, senza curarsi delle perdite di uomini e materiali.
Come ho detto più volte, visto che pare che il comando ucraino abbia intenzione di andare fino in fondo, è presto per dire quale sarà il risultato finale. È vero che la prudenza (di pietà umana, in guerra, non è il caso di parlare) consiglierebbe di sospendere le operazioni per evitare di perdere ancora più truppe esperte.
Ma del resto i russi hanno meno uomini in questo settore, difficoltà maggiori degli ucraini nel trasportarvi rifornimenti, e stanno subendo anche loro perdite; non c’è il sistema di fortificazioni del Donbas, che aumenta a dismisura le capacità di chi difende; il terreno consente di sfruttare le brecce nelle linee nemiche (se si riesce a crearle); e soprattutto, questo è l’unico settore del fronte dove è possibile ottenere qualche risultato di rilievo, in termini di territorio e di propaganda.
L’avanzata, quindi, continua e continuerà fino alla fine, quale che essa sia. Sapremo tra qualche giorno se la scommessa è stata vinta (magari senza arrivare a Cherson o a Nova Khakovka ma riducendo comunque il territorio in mano ai russi) o se si è trattato, come si dice nei videogiochi, di uno zerg rush assolutamente dissennato e inutile, che inoltre avrà, dal lato ucraino, conseguenze pesanti per il prosieguo della guerra.
Altre considerazioni, perché non c’è solo il fronte di Cherson
1) ieri mattina si è diffuso il panico nei canali russi: un reparto ucraino aveva traversato il Sjeverski Donec e preso il controllo di Ozernoe, sulla sponda occupata dai russi. Per qualche ora ha preso piede l’idea che si trattasse di un attacco coordinato anche su quel settore, ma col passare del tempo si è chiarito che è stata solo un’operazione di propaganda.
Il reparto ucraino era composto da sei uomini su un canotto, che hanno attraversato il fiume in un settore del tutto inattivo, hanno fatto una serie di foto con la bandiera ucraina, e poi se ne sono tornati oltre il fiume filmando il viaggio e diffondendolo su TikTok. Dopo tanti filmati orripilanti diffusi negli ultimi giorni, qualcosa di rilassante e piacevole.
2) sul fronte del Donbas le ostilità sono riprese decisamente. Si segnala l’inizio dell’avanzata russa oltre Pesky, messa definitivamente sotto controllo, in direzione di
Pervomajskoe.
* ripreso da Francesco Dall’Aglio ricercatore dell’Istituto di Studi Storici dell’Accademia delle Scienze di Sofia (Bulgaria).
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