Il Pacifico e la guerra dei semiconduttori

Mentre Russia e NATO si fronteggiano in Ucraina a colpi di armi, uomini e sanzioni, nel Pacifico prende piede la guerra dei semiconduttori: senza chip, non esiste contemporaneità.

La guerra dei semiconduttori

I semiconduttori sono determinanti nella produzione di chip. Tema caldo, è al centro del dibattito USA e fonte di preoccupazione in Occidente.

Negli ultimi venti anni, la Cina ha aumentato il numero di laureati, la produzione di tecnologia e gli investimenti nel settore, ma ha anche raggiunto (su più livelli) una posizione dominante.

Si spazia dalle terre rare ai chip (anche se la situazione sta rapidamente cambiando e non sappiamo come sarà tra qualche anno), fino all’aver lanciato una proprio Stazione Spaziale o una missione con tre robot su Marte (orbiter, lander, rover; la prima di questo tipo).

Gli USA hanno posto delle sanzioni su lavorazione/produzione di semiconduttori/chip in Cina.

In particolare, è stato proibito ad aziende o cittadini USA di collaborare su territorio cinese in questi ambiti e una serie di limitazioni alla vendita a imprese cinesi del settore.
Gli esperti sono divisi sull’utilità di queste sanzioni.

Per alcuni la Cina ha una massa tale da non risentirne; per altri, tecnologia e finanziamenti USA sono imprescindibili per Pechino.

Intanto, (l’isola ribelle) Taiwan detiene il primato mondiale nella produzione di chip e ha fornito un buon lancio agli USA, annunciando la costruzione di una fabbrica in Arizona (confermando, lo spostamento verso l’Est USA del settore informatico-tech, lungo la direttrice dalla California al Texas).

Washington vuole giocare il tutto per tutto e pur non apprezzando l’attuale governo messicano, a settembre lo invitava a creare una filiera per i chip.

I costi della manodopera e la isole fiscali, renderebbero il Messico idoneo, integrandosi alla catena produttiva USA (che prenderebbe la fetta più qualificata, ma questo è il solito centro-periferia).

Il 10 gennaio, analogo l’accordo con Messico e Canada (NAFTA) sulla produzione di chip (ossessione della Casa Bianca, comprensibilmente: senza chip, non esiste contemporaneità).

La cosa può avere alcuni effetti sul periodo:

1- La creazione di una filiera produttiva nord americana, riducendo l’Estremo Oriente nel settore (potrebbe essere importante, se gli USA con scelte MOLTO coraggiose, da qui a 40-50 anni puntassero a un’integrazione con Canada e Messico).
2- Lo spostamento dagli alleati orientali dell’Occidente (Taiwan, Giappone, Corea Sud) delle filiera tecnologica (potrebbe diventare motivo di avvicinamento a Pechino?).
3- Il Messico, ampliando il proprio peso nella produzione di chip (seppur subordinato), aumenta il valore della propria produzione e del proprio lavoro.
4- Lo spostamento dalla California al Texas potrebbe essere indicativo della fine di un ciclo medio-lungo e uno breve interni agli USA, ma ne parleremo in un post più specifico.

Gabriele Germani
Gabriele Germani
Roma, 1986. Laureato in Storia contemporanea e Psicologia, con Master in Geopolitica. Lavora nell’ambito pedagogico-educativo. Si occupa da anni dei rapporti tra il Sud e il Nord del mondo, con le lenti del neo-marxismo, della teoria della dipendenza, del sistema-mondo e dell’Eurasia. Con questa prospettiva ha pubblicato negli anni, alcuni libri e articoli di storia e antropologia, in particolare sull’America Latina. Riferimenti bibliografici: Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni di Gabriele Germani (Autore), Anthology Digital Publishing, 2022. Ha inoltre in pubblicazione con Kulturjam Edizioni: una raccolta di riflessioni su BRICS e mondo multipolare, con introduzione di Gianfranco La Grassa e con Mario Pascale Editore un testo sulla politica estera italiana durante la II Repubblica. Cura un micro-blog sul suo profilo Facebook (a nome “Gabriele Germani”) e un Canale Telegram sempre a nome “Gabriele Germani” (t.me/gabgerma). Dirige inoltre il Podcast “La grande imboscata” su attualità, geopolitica e cultura su varie piattaforme.

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