Il caso Oman e la rottura totale con Israele

Il governo dell’Oman, unico stato della penisola arabica a cercare un protagonismo indipendente dai sauditi, ha proclamato l’impossibilità di collaborare con Israele ad ogni livello.

Il caso Oman

Il 6 gennaio, il governo dell’Oman ha proclamato l’impossibilità di collaborare con Israele ad ogni livello.

La decisione esclude l’adesione agli accordi di Abramo (accordi con cui altri paesi arabo-islamici hanno normalizzato i rapporti con Israele)

Gli Accordi hanno coinvolto vari paesi alla fine della presidenza Trump (in cerca di risultati in politica estera): Emirati Arabi, Bahrain, Sudan, Marocco (in cambio del riconoscimento USA del controllo sul Sahara Occidentale).

L’Oman avrebbe dovuto essere il prossimo; ma nel novembre del 2020 fu annunciata la decisione di attendere le elezioni USA e nel febbraio del 2021, il governo omanita parlò di soluzione di pace per due paesi (Israele e Palestina).

La scelta omanita arrivava dopo la morte del precedente sultano Qaabos nel 2020, e la nomina di suo cugino Haitham Bin Tariq.

Israele ha attribuito al nuovo sultano una posizione filo-iraniana e meno moderata del suo predecessore, dimenticando che lo stesso Qaabos non ratificò mai alcun accordo; e che dopo l’ingresso cinese nella penisola, sembra non sia solo l’Oman a fare scelte meno allineate agli USA.

L’Oman è l’unico attore della Penisola a cercare un protagonismo indipendente dal primus inter pares saudita.

Haitham è stato ministro del patrimonio e della cultura, in un paese che da anni investe nel turismo (l’Oman puntò molto su Instagram; esempio oggi seguito dall’Arabia Saudita).

Presiede la Fondazione Oman 2040 che punta ad avere (dal sito): una società di individui creativi, compagnie statali responsabili, sviluppo sostenibile e un’economia competitiva.

Un piano che parla di cittadini e compagnie statali, ai nostri occhi sembra fantascienza; in Occidente abbiamo privatizzato tutto e nessuno pensa ai cittadini.

La scelta su Israele, arriva dopo che il 28 dicembre il Ministro degli Esteri iraniano ha incontrato Haitham e ha definito l’Oman “epicentro regionale” (a maggio, lo avevano definito “amico sincero e affidabile”).

Qualcosa sta cambiando e forse è meno lineare della storia che ci raccontiamo. Paesi in passato vicini all’Occidente si stanno smarcando, questo è indicativo di un cambiamento profondo e articolato che riflette nuovi equilibri.

Il confronto con l’Europa è interessante:
Da una parte si fanno progetti (più o meno realistici) al 2040, il governo punta ad agire sull’economia e sulla società, a condizionarne uno sbocco positivo per la comunità, si guarda con prospettiva e ottimismo al futuro;

Dall’altra si inseguono gli argomenti del giorno, orchestrati ad arte, per mobilitare un’opinione pubblica stanca e depressa.

Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni

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Gabriele Germani
Gabriele Germani
Roma, 1986. Laureato in Storia contemporanea e Psicologia, con Master in Geopolitica. Lavora nell’ambito pedagogico-educativo. Si occupa da anni dei rapporti tra il Sud e il Nord del mondo, con le lenti del neo-marxismo, della teoria della dipendenza, del sistema-mondo e dell’Eurasia. Con questa prospettiva ha pubblicato negli anni, alcuni libri e articoli di storia e antropologia, in particolare sull’America Latina. Riferimenti bibliografici: Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni di Gabriele Germani (Autore), Anthology Digital Publishing, 2022. Ha inoltre in pubblicazione con Kulturjam Edizioni: una raccolta di riflessioni su BRICS e mondo multipolare, con introduzione di Gianfranco La Grassa e con Mario Pascale Editore un testo sulla politica estera italiana durante la II Repubblica. Cura un micro-blog sul suo profilo Facebook (a nome “Gabriele Germani”) e un Canale Telegram sempre a nome “Gabriele Germani” (t.me/gabgerma). Dirige inoltre il Podcast “La grande imboscata” su attualità, geopolitica e cultura su varie piattaforme.

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