Guerra in Ucraina, il costo della de-russificazione

Il problema centrale della guerra in Ucraina è forse quello più sottaciuto, ovvero la presenza di una grande quantità di russofoni in Ucraina, particolarmente in Crimea e nel Donbass.

Guerra in Ucraina e de-russificazione

In un interessante articolo su Politico, scritto da un giornalista al di sopra di ogni sospetto putinismo (ha anche lavorato per anni per Voice Of America) si rileva che già da prima dell’attuale guerra era in corso una politica di de-russificazione dell’Ucraina, che la guerra ha ulteriormente intensificato.

Cosa succederà alla popolazione russofona se l’esercito russo sarà semplicemente spazzato via con la forza? È piuttosto ovvio che ci sono grossi rischi di un forte deterioramento delle loro condizioni di vita. Nella storia ci sono innumerevoli esempi di sanguinosi conflitti civili dovuti a minoranze etniche vessate.

Facile insomma prevedere che, stanti le premesse, in quei territori ci saranno conflitti pesanti e grandi sofferenze (e quindi niente pace vera) sia nel caso di vittoria militare russa che in caso di vittoria militare ucraina.

Se la stella polare del nostro agire in tema di guerra è preoccuparci per la sorte delle popolazioni coinvolte nel conflitto, non possiamo fingere che il problema non esista, anzi: una pace accettabile per entrambe le comunità deve essere al centro di ogni nostro pensiero.

Questo significa che tifare per una vittoria militare di una o dell’altra parte è profondamente sbagliato: la storia dimostra che i conflitti interetnici hanno come unica via di soluzione la diplomazia e il confronto.

In questo senso, questo significa perseguire un immediato cessate il fuoco seguito da trattative finalizzate a trovare una soluzione terza, con l’obiettivo di garantire la convivenza tra i gruppi etnici nelle terre contese; il che può tradursi in forme di amministrazione congiunta o di autonomia amministrativa, o varie altre possibilità che possono emergere durante un confronto diplomatico che non sia ristretto a Russia e Ucraina, ma che veda la partecipazione di tutta la comunità internazionale, disponibile a fare da garante e inviare forze di interposizione laddove necessario.

Credo che se tale posizione fosse effettivamente adottata da USA, UE, Cina e gli altri grandi players dello scacchiere mondiale, il conflitto armato potrebbe essere risolto nel modo meno peggiore possibile.

Ma allora perchè non si lavora a questa soluzione?

La risposta mi pare evidente: semplicemente, l’interesse di chi governa/rappresenta le grandi potenze NON è quello di garantire la soluzione migliore possibile per minimizzare le vittime presenti e future, ma di sfruttare la guerra per portare avanti i loro obiettivi geopolitici.

Questa guerra, non finisce perchè, per molti, è “bella, bella da morire“. Ad esempio, gli USA la sfruttano ad esempio per tagliar fuori la Russia (e, in prospettiva, la Cina) con l’obiettivo di mantenere l’egemonia sul resto del mondo; la Cina è, da parte sua, ben lieta di vedere gli USA impegnati in una guerra (seppure per procura) e di avere praticamente alla sua mercè un gigante geografico quale è la Russia, con risorse sterminate e territori vastissimi, che il riscaldamento globale renderà sfruttabili per la produzione agricola.

Ci sono poi gli interessi privati: già adesso i profitti di vari settori sono saliti vertiginosamente e la la de-globalizzazione promette di essere un business enorme per i soliti pochi.

Chiedere di cessare il fuoco corrisponde a chiedere che si interrompa questa ridefinizione geopolitica del pianeta tramite la violenza (militare, economica, culturale..) e si intraprenda un percorso diverso, nel quale la priorità non sia quella di accaparrarsi risorse a scapito degli altri (consegnandosi alla catastrofe ambientale), ma di perseguire il bene comune dell’umanità nel suo complesso tramite il confronto e il dialogo.

È un’utopia irrealizzabile, qualcuno dirà. Ma io mica mi illudo che domani cessino il fuoco e comincino a trattare.. questo è l’obiettivo finale che segnala un principio e indica una via.

Ci troviamo in un fiume di avvenimenti che ci trascina dalla parte sbagliata: possiamo rassegnarci e lasciarci trasportare, oppure provare a nuotare controcorrente per ridurre anche di poco la deriva, per quel che possiamo.

Però, per farlo in modo utile dobbiamo conoscere la direzione verso la quale nuotare: la preoccupazione prioritaria per tutte le persone che abitano nelle zone contese, la cessazione della violenza, il confronto e il dialogo sono il faro verso il quale le persone di buona volontà devono orientare la loro azione.

Guerra in Ucraina, il costo della de-russificazione
Alessandro Ferretti
Alessandro Ferretti
Researcher presso Università degli Studi di Torino. Associate presso CERN

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