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L’Eni è tra le società che hanno ottenuto da Israele la licenza per sfruttare il giacimento di gas offshore di Gaza. Lo studio legale Foley Hoag ha inviato una diffida dall’intraprendere attività estrattive, evocando il rischio di complicità in crimini di guerra.
L’Eni si prende il gas palestinese
Una bruttissimo caso da raccontare e di cui si parla pochissimo: il 29 ottobre, già in piena guerra, il ministro dell’Energia israeliano ha annunciato la firma di una convenzione con cui Eni e altre società internazionali e israeliane hanno ottenuto la licenza per sfruttare il giacimento di gas offshore di fronte Gaza all’interno della zona marittima G al 62% palestinese.Imposta immagine in evidenza
La notizia si è saputa solo successivamente grazie al Manifesto e al sempre puntuale Alberto Negri che ha riportato i fatti, venuti alla luce solo perchè alcuni gruppi palestinesi per i diritti umani (Adalah, Al Mezan, Al-Haq e Pchr) hanno dato mandato allo studio legale Foley Hoag di Boston di comunicare all’Eni e alle altre società coinvolte una diffida dall’intraprendere attività in queste acque. Evocando il rischio di complicità in crimini di guerra.
Israele, in quanto Stato occupante, non ha il diritto di utilizzare le risorse naturali delle terre occupate per un proprio vantaggio economico.
Italia complice in crimini di guerra?
Il governo israeliano in Italia trova sempre sponde diplomatiche che sfiorano il ridicolo per la postura di totale sottomissione ma in base al diritto internazionale l’Eni e il nostro governo avrebbero dovuto avere un atteggiamento – eufemisticamente – più accorto.
Come riporta Negri, lo Stato di Palestina ha aderito alla Convenzione dell’Onu sul diritto del mare e dal 2019, in linea con la Convenzione, proietta la sua porzione di mare per 20 miglia dalla costa. Il governo israeliano ha replicato che “solo gli Stati sovrani hanno il diritto alle zone marittime, compresi i mari territoriali e le zone economiche esclusive, nonché di dichiarare i confini marittimi”. Non essendo dunque quello palestinese uno Stato riconosciuto da Israele, non ha, secondo Tel Aviv, diritto legale sulle zone marittime. Quindi Tel Aviv fa come gli pare.
E infatti, continua Negri, Israele pur non avendo relazioni diplomatiche con il Libano, nell’ottobre 2022 “ha firmato con la mediazione degli Stati uniti la demarcazione delle acque di confine con Beirut, ponendo fine a una disputa sullo sfruttamento delle riserve offshore di gas. La realtà è che il governo israeliano non ha nessuna intenzione di osservare il diritto internazionale e di dare un riconoscimento statuale ai palestinesi, come del resto abbiamo constatato ora e negli ultimi decenni. “
Israele tra logiche colonialiste e di rapina
Ancora Alberto negri: “Prendiamo il caso del giacimento di petrolio più ingente, quello di Meged (Megiddo), scoperto negli anni ’80 e sfruttato dal 2010. Il giacimento è a ridosso del confine tra Israele e Cisgiordania e l’Autorità palestinese sostiene che circa l’80% si trovi nel sottosuolo dei suoi territori. Le proposte di sfruttamento congiunto, avanzate in passato anche da esponenti del governo israeliano, non hanno mai trovato applicazione e attualmente lo Stato ebraico utilizza il giacimento senza il coinvolgimento dell’Anp.
Per quanto riguarda il gas Israele sfrutta i giacimenti offshore Leviathan e Tamar, il cui gas in parte è estratto nell’ambito di un programma con Cipro e la Grecia: dal 2020 Tel Aviv è così diventata un esportatore di gas. Ma di lasciare ai palestinesi la loro quota legittima di gas non se ne parla neppure.”
E il governo Meloni che millantava un fantomatico Piano Mattei per l’Africa, all’atto pratico, tramite l’Eni, si sta rendendo complice di una rapina ai danni di un popolo oppresso.

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