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Il premier francese Bayrou rischia le dimissioni per la manovra da 40 miliardi. Ma il vero responsabile è Macron, che ha trasformato la sua crisi politica in stallo istituzionale. La caduta del governo segna la prima crepa nel modello neoliberista europeo.
Macron trascina Bayrou al disastro
La politica francese si prepara a una settimana cruciale. È ormai altamente probabile che François Bayrou, capo del governo, sarà costretto a rassegnare le dimissioni. La causa immediata è la manovra finanziaria che, nei suoi piani, prevede tagli per oltre 40 miliardi di euro. Per portarla avanti, Bayrou ha chiesto il voto di fiducia in Parlamento: un azzardo che rischia di rivelarsi fatale, visto che dal suo insediamento il governo è sempre stato di minoranza, in assenza di una maggioranza parlamentare stabile.
In Francia, questo non rappresenta una violazione formale della Costituzione, ma un’anomalia politica di fatto. Da settimane sono in corso intense operazioni di “scouting” per strappare qualche voto favorevole all’esecutivo e ribaltare le previsioni. T
uttavia, anche se Bayrou riuscisse miracolosamente a sopravvivere al voto, il suo governo resterebbe fragile, appeso a un equilibrio instabile che non garantisce alcuna governabilità solida. Il vero nodo, in realtà, va ben oltre la figura del premier: riguarda l’impostazione politica imposta da Emmanuel Macron e il quadro europeo nel suo insieme.
Macron e la crisi istituzionale “pilotata”
Il principale responsabile del degrado attuale è Emmanuel Macron. Poco più di un anno fa, dopo la batosta subita dal suo partito alle elezioni europee del maggio 2024, il presidente ha scelto una strada rischiosa: convocare elezioni politiche anticipate a fine giugno. Il calcolo era chiaro: trasformare il rifiuto degli elettori in una crisi istituzionale, spostando l’attenzione dalla sua sconfitta alla frammentazione del Parlamento.
Quella mossa, definita da molti un atto di cinismo politico, ha avuto conseguenze disastrose. Era già evidente dai sondaggi che nessuna coalizione avrebbe ottenuto una maggioranza chiara, soprattutto a causa del rifiuto del macronismo di dialogare con la sinistra.
Quest’ultima chiedeva che i sacrifici economici non fossero scaricati sulle classi popolari e sul ceto medio, già pesantemente colpite dalla stagnazione, ma che a contribuire fossero soprattutto le fasce più ricche della società, quelle che avevano beneficiato della crescita economica degli ultimi anni. Macron, al contrario, ha continuato a difendere rigidamente la linea neoliberista: tagli indiscriminati, privatizzazioni e sacrifici concentrati sempre sugli stessi settori sociali.
Il risultato è stato lo stallo. Oggi la Francia si trova prigioniera di un governo minoritario e di un presidente che rifiuta di rivedere il proprio paradigma politico. La confusione istituzionale diventa così terreno fertile per Macron, che prospera nelle ambiguità, evitando di assumersi responsabilità dirette.
Una crisi europea, non solo francese
Ridurre questa vicenda a un fatto interno alla Francia sarebbe un errore. La crisi riflette infatti una condizione più ampia: l’Europa è bloccata da un’ideologia neoliberista che rifiuta ogni alternativa. La sola idea di una redistribuzione della ricchezza, anche minima, appare scandalosa a Parigi come a Bruxelles e a Roma. L’intera architettura politica del continente vive sotto il ricatto di dogmi economici che hanno aumentato le diseguaglianze sociali e prodotto sfiducia nei confronti delle istituzioni.
Il comportamento di Macron non è isolato, ma emblematico. La stessa ideologia che difende il primato dei mercati ha già compromesso la sovranità militare europea, subordinata agli Stati Uniti, e ha infangato persino i principi umanitari. Non è un caso che l’Europa si trovi oggi tra i complici più evidenti del massacro di Gaza, giustificando l’ingiustificabile in nome della stabilità geopolitica.
Apparentemente “democratico” e “progressista”, il pensiero neoliberale si rivela in realtà una sciagura colossale: genera disuguaglianze, alimenta egoismi, indebolisce la solidarietà sociale e produce una classe politica incapace di immaginare alternative. In questo contesto, la probabile caduta di Bayrou – e con essa il logoramento del progetto macroniano – potrebbe segnare un momento di svolta.
La sconfitta di Macron non rappresenterebbe soltanto un evento nazionale, ma una crepa significativa nell’edificio neoliberista europeo. Dopo oltre trent’anni di dominio incontrastato, questo modello mostra la sua fragilità. La Francia, oggi epicentro della crisi, potrebbe diventare anche il laboratorio di una possibile alternativa, se solo la politica saprà cogliere il momento.

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