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Elezioni Basilicata, Fdi primo partito ma non sfonda. Il Pd perde un punto rispetto alle politiche del 2022. Tracollo M5s. Decisivi per Bardi Azione e la lista vicina a Renzi: insieme oltre il 14%. E ora si torna al rituale dell’analisi della sconfitta, psicodramma del centrosinistra.
Elezioni in Basilicata, analisi della sconfitta?
Sembrerebbe un masochistico rituale se non fosse un naturale atto di coraggio e spietato realismo. Il centrosinistra ha perso (42,16%), il centrodestra ha vinto (56,63%).
Alla vittoria di Vito Bardi, candidato presidente del centrodestra e della sua coalizione, hanno contribuito in modo determinante le due liste transfughe di Azione con Calenda, guidata dall’ex presidente PD Marcello Pittella, con un significativo 7,51% e di Orgoglio Lucano ispirato ad Italia Viva di Renzi con il 7,03%. Liste queste con candidati alle precedenti elezioni nel centrosinistra, anzi nel PD. Se non fossero “migrate” si può ipotizzare che il centrosinistra avrebbe vinto le elezioni.
Altre considerazioni di rilievo rispetto alle precedenti elezioni sono:
- L’affermazione di Fratelli d’Italia primo partito al 17,39%, attribuibile all’effetto Meloni;
- Una ripresa del PD dal 7% al 13,87%, attribuibile all’effetto Schlein;
- Una perdita secca del M5S da circa il 20% al poco più del 7% attribuibile allo scarso appeal di Conte;
- Una perdita secca della partecipazione al voto al di sotto del 50% attribuibile alla sfiducia dell’elettore verso il sistema politico.
Ancora, nella circoscrizione potentina vince Bardi, dove più sono radicate le liste transfughe, nella circoscrizione materana vince Piero Marrese, candidato presidente del centrosinistra, dove più radicato il candidato stesso data la sua posizione di Presidente della Provincia.
C’è da rammaricarsi per la perdita? No! I transfughi sono noti “capibastone” della politica locale.
Ce ne sono ancora nel campo del PD. Per lo più provenienti dalla galassia di ciò che fu il sottogoverno della DC prima e del pentapartito poi. Non mancano alcuni “trasformisti” provenienti dal PCI. Sono coloro che si sono messi “in proprio” e utilizzano i partiti come utili contenitori da prendere o lasciare a convenienza. Prassi avviata con la trasformazione dei partiti ad entità “liquida”. “Feudatari”, vennero definiti con termine di fantasia ma tutto sommato “elegante”.
Sarebbe da utilizzare per loro un più realistico “mercanti in fiera” o un più “elegiaco” “mercanti nel Tempio”. Un Tempio, quello della politica ormai dissacrato dai tempi della denuncia berlingueriana del 1981 definita “Questione morale”. Definizione ampiamente malintesa. Come se il segretario del PCI avesse voluto assumere un ruolo di castiga mariuoli. Dando alla sua denuncia un significato moralistico e non pienamente politico.
Non è così, non fu così. Berlinguer volle denunciare la deriva assunta dal ruolo dei partiti che da luogo di progettazione della politica e strumento di democrazia si erano trasformati in luoghi di gestione e spartizione di potere personale e di gruppo.
Egli chiedeva già allora una autoriforma dei partiti che non ci fu. Il resto fu compiuto da “mani pulite” che smantellò completamente quello che veniva definito “sistema dei partiti”. Sia chiaro, i giudici fecero quello che era nelle loro sacrosante prerogative, La politica si adeguò e si entrò nell’era del Berlusconismo e dell’affermarsi della “comunicazione” sulla partecipazione e tutto si liquefece a mero “negozio”, i “mercanti” invasero il Tempio.
Siamo ancora li alla politica “mercantilistica”, oggetto di ambizioni personalistiche, di piccolo cabotaggio e di asservimento familistico.
Servirebbe un “Cristo” per liberare il Tempio? No! Serve ridare alla politica e ai partiti il senso pieno di elementi basilari di democrazia praticata, partecipata, di “intellettuale collettivo”. Questo devono capire soprattutto Giuseppe Conte e il corpo fondamentale del PD o non ci sarà futuro per una sinistra e una democrazia autentici. Vale anche come significato da dare al 25 Aprile.

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