Dalla Cina al Venezuela: “Se non ce la fai col grande, colpisci il piccolo”. La virata di Trump

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Washington prova a riconquistare margini di influenza con leve commerciali e movimenti militari: la sfida con la Cina è divenuta più dura, e allora Trump ci prova nei Caraibi con i preparativi bellici verso il Venezuela. I sondaggi mostrano malcontento crescente.

Tra dazi e basi: l’America che riorganizza la sua forza

Negli ultimi mesi, l’amministrazione statunitense sembra muoversi come un gigante affaticato: ancora capace di colpire, ma costretto a farlo per nascondere le proprie crepe interne.

Le tensioni che attraversano Washington non riguardano solo la politica estera — sempre più oscillante tra minacce e compromessi — ma il cuore stesso della narrazione americana, quella del “Paese indispensabile”, del modello di forza e prosperità. La realtà è più amara: dietro i proclami di rinascita, l’America mostra segni evidenti di logoramento strategico.

Le guerre commerciali, i tentativi di ricomporre alleanze traballanti e le incursioni militari simboliche rivelano una superpotenza che tenta di restare al centro del gioco globale mentre il terreno le scivola sotto i piedi. Donald Trump alterna il linguaggio della fermezza al teatro dell’improvvisazione, nel tentativo di mascherare debolezze economiche strutturali e un malcontento sociale crescente. I sondaggi, che l’informazione americana preferisce trattare con discrezione, parlano chiaro: la maggioranza degli elettori non crede più nel mito dell’efficienza trumpiana, e la promessa di una “nuova grandezza americana” appare sempre più come un artificio mediatico.

Ciò che emerge, più che una strategia, è una reazione spasmodica: l’impero non guida più gli eventi, li rincorre. Washington cerca di compensare la perdita di consenso interno con una serie di proiezioni muscolari all’estero — dazi, basi, minacce e tregue lampo — che servono soprattutto a mantenere in vita la percezione di potenza. Ma dietro la facciata, la macchina americana scricchiola: il debito cresce, la produzione ristagna, le alleanze storiche vacillano e il “sogno americano” è diventato un incubo statistico.

Ogni gesto di forza sembra un tentativo disperato di riconquistare il controllo della narrazione. Eppure, quanto più gli Stati Uniti cercano di riaffermarsi come faro del mondo libero, tanto più mostrano le ombre di un sistema in affanno — diviso, logorato, e sempre più simile a ciò che pretende di combattere.

Tensioni economiche e il gioco dei commerci: la Cina non si piega, anzi

La relazione con Pechino rappresenta oggi il vero banco di prova per la leadership statunitense. Se la prima guerra commerciale, inaugurata nel 2018, si era risolta in una sequenza di mosse tattiche — dazi, viaggi diplomatici, accordi parziali e acquisti agricoli di facciata —, la situazione odierna è radicalmente diversa.

In pochi anni, la Cina ha trasformato la propria economia in un apparato industriale e tecnologico capace non solo di resistere alla pressione americana, ma di ridefinire gli equilibri globali.

Pechino controlla oggi oltre il 30% della produzione manifatturiera mondiale, domina il mercato delle terre rare (circa il 70% della raffinazione globale) e guida settori strategici come la produzione di batterie al litio, pannelli solari e semiconduttori di fascia media.

Il programma “Made in China 2025” ha consolidato un sistema di innovazione che unisce pianificazione statale e competizione di mercato, portando il paese a primeggiare anche nel campo dell’intelligenza artificiale, del 5G e della robotica industriale. A questo si aggiunge l’espansione infrastrutturale della Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative), con investimenti in oltre 150 Paesi, che ha permesso a Pechino di tessere una rete economica e diplomatica senza precedenti.

Il risultato è una mutazione profonda del rapporto di forze: la Cina non è più un partner subordinato o un concorrente emergente, ma un centro di potere capace di imporre condizioni. L’autosufficienza produttiva in settori chiave, la gestione centralizzata delle catene di fornitura e il controllo su risorse strategiche come litio, cobalto e terre rare hanno reso Pechino meno incline alle concessioni che un tempo servivano a stabilizzare le relazioni.

La sua diplomazia, un tempo attendista, è oggi assertiva e selettiva: la logica del “decoupling” voluto da Washington viene contrapposta da una strategia di “dual circulation”, che privilegia il mercato interno e riduce la dipendenza dalle esportazioni verso l’Occidente.

Gli Stati Uniti si trovano costretti a giocare di rimessa. Le delegazioni negoziali si sono rarefatte, i toni si sono induriti e il confronto commerciale si è fuso con quello geopolitico: i dazi non servono più solo a proteggere l’industria nazionale, ma a rallentare l’ascesa di un rivale sistemico. Tuttavia, le sanzioni tecnologiche contro Huawei, SMIC e altre aziende cinesi non hanno prodotto l’effetto desiderato: invece di indebolire l’apparato industriale cinese, ne hanno accelerato l’autonomia e spinto gli investimenti pubblici verso settori strategici.

Oggi la vera partita si gioca sul terreno delle catene di approvvigionamento critiche, dai microchip ai materiali per la transizione energetica. Washington tenta di riorientare la produzione con il CHIPS and Science Act e l’Inflation Reduction Act, ma la capacità di Pechino di mantenere bassi i costi, controllare le materie prime e garantire stabilità produttiva continua a essere un vantaggio competitivo enorme.

Di fronte a questa realtà, la retorica patriottica americana — la promessa di riportare la manifattura “a casa”, la difesa della “forza economica nazionale” — appare come un anestetico politico più che una strategia industriale. Serve a contenere il malcontento elettorale, ma non colma il divario strutturale con un avversario che, in silenzio e con disciplina, ha già spostato il baricentro economico del mondo.

La carta Venezuela

Washington ha trasformato il Mar Caraibico in un palco di proiezione navale palpabile: dalla fine di agosto una flotta di portaerei, cacciatorpediniere, incrociatori e gruppi anfibi è stata schierata a sud, con l’obiettivo dichiarato di «contrastare il narcotraffico» e proteggere le rotte marittime.

Ma il fenomeno è già molto più che presenza navale: dall’inizio delle operazioni sono state condotte numerose azioni offensive contro imbarcazioni ritenute coinvolte nel traffico di droga — attacchi aerei che, secondo fonti giornalistiche e organizzazioni internazionali, hanno provocato decine di morti in mare e sollevato gravi dubbi di legalità. Il conteggio delle azioni e delle vittime varia a seconda delle ricostruzioni, ma rapporti recenti parlano di molteplici strike e di oltre trenta vittime solo nel primo mese di operazioni, con numeri complessivi che continuano a salire.

Caracas denuncia che alcune di quelle imbarcazioni erano pescherecci o natanti civili e definisce gli attacchi «esecuzioni extragiudiziali»: l’Onu e l’alto commissario per i diritti umani hanno invitato a chiarire fatti e responsabilità, qualificando alcuni interventi come potenzialmente illegittimi in assenza di prove pubbliche e procedure giudiziarie.

Parallelamente, sono stati segnalati boarding e ispezioni — incluso un caso denunciato dal Venezuela di imbarcazione da pesca perquisita e occupata da personale armato statunitense — che hanno ulteriormente inasprito le accuse di violazione di sovranità e di uso sproporzionato della forza.

L’amministrazione Usa giustifica le operazioni con la designazione di cartelli e reti criminali come «minacce transnazionali» e con l’etichetta di «narcoterroristi» che consente un’azione militare più aggressiva; ma analisti e osservatori sottolineano come la crescente militarizzazione marittima risponda anche a logiche politiche interne e strategiche territoriali — tagliare i flussi di reddito che sostengono élite militari locali e inviare un messaggio politico a governi e attori economici della regione.

Il bilancio operativo e giuridico è dunque ambiguo: da un lato la Casa Bianca afferma di voler colpire reti criminali che finanziano violenza e corruzione; dall’altro emergono evidenze che almeno alcune azioni abbiano prodotto vittime civili e siano state compiute senza trasparenza probatoria né coordinamento internazionale visibile.

Le implicazioni non sono solo umanitarie, ma strategiche: una strategia che miscela strike navali, boarding e pressioni economiche rischia di normalizzare modalità di intervento che sfuggono ai canoni del diritto internazionale e di alimentare una pericolosa escalation nella regione.

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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