La doppia standing ovation per Giorgia Meloni e per Draghi (ossimoro apparente), assieme ai fischi riservati a Letta, sono stati un segnale di adamantina chiarezza.
Dal Meeting di Rimini l’endorsement implicito alla Meloni
Di Fausto Anderlini*
“L’Italia ce la farà con qualsiasi governo”. Di fatto un endorsement del potere che conta, seppure condizionato, alla Meloni. Per stessa ammissione del depositario l’agenda Draghi tal quale immaginata e propagandata dai credenti non esiste. Né prevede depositari unici.
Derubricata a mero metodo pragmatistico, dove è lecito e auspicabile concertare tutto ciò che non è essenziale, essa è la foglia di fico nella quale è incartato come atto di fede il vero e unico nocciolo: la collocazione euro-atlantica.
Perciò pieno appoggio all’Ucraina in una guerra alla Russia che non prevede alcuna de-escalation ed è destinata a recidere ogni legame con Mosca: energetico, economico, politico e culturale. La coscrizione bellica rovesciata come aut aut in una campagna elettorale fatta di quisquiglie.
Se un paese tarato da una intrinseca vocazione sciovinista e fascistoide è diventato la punta di diamante della ‘democrazia euro-atlantica’, la Meloni demo-littoria può benissimo fungere da simulacro zelenskiano nella provincia italica. Assai più consono ai tempi e al contesto.
Una soluzione anglo-polacca temperata e guidata nei suoi passi. Una ipotesi di recupero euro-atlantico della destra sulla quale lavorare. L’atlantizzazione come nuova versione del tentativo, ripetutamente fallito e poi abbandonato, di ‘costituzionalizzarla’.
Molto più concreta (e peraltro obbligata) che quella di affidarsi a un ‘centro-sinistra’ debole, diviso e in disarmo. Del resto non si va per caso a un meeting che è da sempre la tana di un forte gruppo di pressione della destra. Rito osceno dove rappresentanti di istituzioni statali si genuflettono a una lobby clerico affaristica travestita da comunità no profit.
La doppia standing ovation per la Meloni e per Draghi (ossimoro apparente), assieme ai fischi riservati a Letta, sono stati un segnale di adamantina chiarezza. Unico elemento distonico nel progetto la Lega salviniana, la cui pericolosità è però considerata assai meno impegnativa rispetto alla minaccia dei 5S a guida contiana.
Così les jeux sont faits, mentre Letta, Calenda e Renzi si litigano rivendicando ognuno per sé un lascito già passato in altre mani. Fessi, cornuti e mazziati.
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