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lunedì 24 Gennaio 2022
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La tragedia di Musa Balde: picchiato con le spranghe, si è poi suicidato nel CPR

Musa Balde, 23 anni, originario del Gambia, vittima di un pestaggio xenofobo, si è tolto la vita impiccandosi con le lenzuola del suo letto dentro un CPR.

La tragedia di Musa Balde

Musa Balde, il giovane migrante originario del Gambia morto suicida a 23 anni nel Cpr – il Centro di permanenza e rimpatrio per immigrati – di Torino. Il ragazzo, dopo avere subito una violentissima aggressione xenofoba a Ventimiglia da parte di tre italiani ora denunciati a piede libero, era stato rinchiuso nella struttura di corso Brunelleschi perché non risultava in regola con i documenti e risultava già espulso.

La tragedia di Musa Balde: picchiato con le spranghe, si è poi suicidato nel CPR

Non poteva più restare rinchiuso in un centro di permanenza per il rimpatrio, era esausto e ha riferito al suo avvocato che voleva uscire: avvilito da questa forma di prigionia si è suicidato. Possiamo solo immaginare la tragedia che ha vissuto Musa Balde per arrivare ad un gesto così estremo, un gesto di chi chiedeva aiuto ma che lo Stato non ha voluto ascoltare.

Come non ascolta tutte le altre migliaia di vite che vivono la medesima situazione. Questa morte, al di là delle circostanze in cui è avvenuta, basterebbe in ogni caso a mettere in discussione il sistema di detenzione nei Cpr.

I Centri di permanenza per il rimpatrio sono strutture dove vengono rinchiusi stranieri trovati in assenza del permesso di soggiorno. Si tratta dell’ultima evoluzione di un sistema nato nel 1998 con la legge Turco-Napolitano per favorire l’identificazione e il rimpatrio degli immigrati irregolari. In principio questi potevano essere trattenuti per un massimo di 30 giorni, ma la durata è arrivata ai sei mesi previsti dai decreti sicurezza di Salvini del 2018.

I Cpr sono diventati dei veri e propri campi di internamento, dove le persone vengono imprigionate senza aver commesso alcun reato contro la persona o le cose. La loro unica colpa è la condizione di irregolarità, che si traduce in una privazione della libertà personale che dura diversi mesi.

Questi centri sono infatti strumenti di propaganda, prigioni dove si rinchiudono i migranti irregolari per nasconderli alla società e alimentare la narrativa dei rimpatri, che nella maggior parte dei casi non avvengono. Un rapporto del Senato sottolineava come già nel 2016 la metà delle persone transitate da questi centri e colpite da decreto di espulsione non fosse poi stata rimpatriata, per l’assenza di accordi con il Paese di origine o per i costi troppo alti da affrontare. Nel 2018, su 4092 persone trattenute ne sono state rimpatriate solo il 43%.

Lo stesso Salvini che per mesi ha bombardato gli elettori con la promessa di rimpatriare 600mila migranti irregolari una volta al governo, ha dovuto poi raddrizzare il tiro quando è stato nominato ministro dell’Interno, sostenendo che “Di questo passo ci vorranno 80 anni”.

Nel 2011 la Corte di giustizia europea ha proibito la detenzione di un cittadino straniero per irregolarità. Eppure oggi nei Cpr la libertà personale è solo una di quelle violate in numerose occasioni. Un susseguirsi di decessi e violazioni dei diritti umani, i CPR vanno chiusi, in nome della libertà e del rispetto per la vita.

La tragedia di Musa Balde: picchiato con le spranghe, si è poi suicidato nel CPR

 

L’articolo originale di Bruna Kola Mece  potete leggerlo su The Black Post, sito gemellato e in partnership con Kulturjam.

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