Nei guai Fontana, per i pm c’è il suo “diffuso coinvolgimento” nel caso “camici”

Sempre più delicata la posizione di Attilio Fontana, per i pm c’è il suo “diffuso coinvolgimento” nel “caso camici”, dopo il blitz della Procura di Milano.

Si indaga anche sulla Diasorin, l’azienda di Vercelli che ha avuto in via esclusiva un accordo con il Policlinico San Matteo di Pavia e poi un contratto senza gara con la Regione Lombardia. Il reato più grave ipotizzato è il peculato  Si sospettano anche legami politici.

Attilio Fontana, per i pm c’è il suo diffuso coinvolgimento

I militari della Gdf di Pavia si sono recati a casa del Governatore della Lombardia Attilio Fontana per effettuare copia forense dei contenuti e, in particolare, della messaggistica del suo cellulare.

Stessa operazione da parte delle Fiamme Gialle è stata effettuata sul telefono di Giulia Martinelli, la responsabile della segreteria del presidente lombardo, nonché ex compagna del leader della Lega Matteo Salvini. Nessuno dei due risulta indagato nell’indagine avviata dal Procuratore aggiunto Mario Venditti.

La Gdf di Pavia ha effettuato copia forense anche del telefono dell’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera.

Risultano invece indagati i vertici sia dell’istituto di ricerca pavese San Matteo, che ha sviluppato un test sierologico tra marzo e aprile scorso in modo esclusivo con la Diasorin, sia della multinazionale di ricerca in campo farmacologico, con sede a Saluggia (Vercelli).

Fontana per i pm c’è il suo diffuso coinvolgimento: le carte

Nella richiesta di consegna dei cellulari ai principali protagonisti del Caso camici, firmata dalla Procura di Milano, si legge:

il diffuso coinvolgimento di Fontana in ordine alla vicenda relativa alle mascherine e ai camici accompagnato dalla parimenti evidente volontà di evitare di lasciare traccia del suo coinvolgimento mediante messaggi scritti.

Nella stessa viene riportato anche un testo del 16 aprile in cui Andrea Dini, cognato del governatore e amministratore di Dama spa, informa la sorella Roberta Dini, moglie del presidente lombardo:

«Ordine camici arrivato. Ho preferito non scriverlo ad Atti». Lei risponde: «Giusto bene così».

Secondo pm ci sarebbe la piena consapevolezza di Andrea e Roberta Dini riguardo alla situazione di conflitto di interessi nel caso della fornitura di camici. I due fratelli avrebbero predisposto “strumentali donazioni di mascherine” per “precostituirsi una prova da utilizzare per replicare alle presumibili polemiche” sul conflitto di interessi sulla “commessa di camici”.

In un messaggio Andrea Dini scrive a un responsabile di Dama:

Dobbiamo donare molte più mascherine (…) se ci rompono per le forniture di camici causa cognato noi rispondiamo così”.

La richiesta di acquisizione dei cellulari

L’acquisizione di ieri, a cui è seguita quella per il caso camici delimitata, però, solo alla copia forense di contenuti ‘mirati’ e che non ha riguardato Fontana bensì la moglie, è stata disposta dal procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti.

Nell’indagine sull’accordo tra la multinazionale farmaceutica e il San Matteo per lo sviluppo dei test sierologici per la diagnosi Covid, il presidente dell’istituto scientifico pavese Alessandro Venturi, secondo i pm, nei primi giorni di luglio, appena prima di un blitz della Gdf, ha proceduto alla cancellazione massiva dal telefono cellulare di tutte le chat WhatsApp.

L’ipotesi è che volesse:

celare informazioni estremamente rilevanti e con ogni probabilità compromettenti per lui stesso e per altri soggetti, direttamente o indirettamente coinvolti nella vicenda sulla quale si sta cercando di far luce.

Da qui la necessità per i pm di acquisire il contenuto dei telefoni di Fontana, di Giulia Martinelli, responsabile della sua segreteria ed ex compagna del leader della Lega Matteo Salvini, dell’assessore al Welfare Giulio Gallera e altre persone.

Attilio Fontana con la moglie, Roberta Dini

Affari di famiglia: di cosa è accusato Fontana?

Il presidente della Regione è accusato di frode in pubbliche forniture per la storia dei camici forniti alla Lombardia dall’azienda di suo cognato Andrea Dini, durante la fase acuta dell’epidemia da coronavirus.

A differenza di quanto ha sempre sostenuto, sembra sapesse degli affari in corso tra la Regione e l’azienda di suo cognato.

Insieme a lui sono indagati anche Andrea Dini, e il direttore generale di Aria, la centrale acquisti della Lombardia, Filippo Bongiovanni.

Il 16 aprile Aria assegnò una fornitura per camici e altri dispositivi di protezione a Dama S.p.A., società di proprietà di Andrea Dini e, per il 10 per cento, di Roberta Dini, moglie di Fontana. La fornitura era stimata per un valore di 513mila euro.

A mettere in luce tutte le anomalie di questa storia ci hanno pensato le inchieste del quotidiano Il Fatto Quotidiano e quella di Report.

L’indagine dei media su Attilio Fontana

In particolare il programma di Rai Tre aveva scoperto che Il 20 maggio, più di un mese dopo l’assegnazione della fornitura, Dini aveva scritto una mail al direttore di Aria, Bongiovanni, spiegandogli di aver deciso di trasformare la vendita in una donazione.

Report aveva trovato le note di credito sull’annullamento delle fatture per i camici, emesse tra il 22 e il 28 maggio, ma che riguardavano un valore complessivo di 359mila euro sui 513mila della fornitura. E gli altri?

Dini in un intervista aveva spiegato che la vendita dei camici alla Regione era stata decisa in un periodo in cui lui non si trovava in azienda. Al suo ritorno aveva subito deciso di annullare tutto perché era sua intenzione donare quei camici.

Fontana, il 7 giugno, aveva invece dichiarato che la fattura di 513mila euro era stata un errore dovuto a un «automatismo burocratico» e di aver saputo della fornitura molto dopo, senza essere mai intervenuto nella faccenda.

L’inchiesta del Corsera smentisce questa versione. Fontana era stato informato da un suo collaboratore della fornitura e prima che Dini scrivesse ad Aria dicendo di voler trasformare la vendita in donazione, cercò di fare un bonifico di 250.000 euro da un suo conto personale a Dama S.p.A.

Secondo il giornale, fu un tentativo di risarcire Dini per i mancati guadagni dei camici.

Il bonifico sarebbe arrivato da un conto in Svizzera in cui erano stati confluiti con lo “scudo fiscale” 5 milioni e 300 mila euro che fino al 2015 erano conservati alle Bahamas con due trust intestati alla madre di Fontana.

L’operazione fu sospesa per sospetta violazione della normativa antiriciclaggio e segnalato alla Banca d’Italia.

Ultima anomalia: Dini provò a rivendere una parte dei camici mai consegnati alla regione, circa 30mila sugli oltre 80mila previsti. Si mise in contatto tramite un intermediario con una Rsa di Varese proponendo un prezzo più alto di quello concordato con la Regione, ovvero 9 euro a pezzo invece di  6.

 

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