www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Meloni liquida lo sciopero come “weekend lungo”, ma ignora il peso reale del salario. Ogni giorno perso vale sacrifici. La protesta rivendica dignità, uguaglianza e solidarietà, intrecciandosi con la causa palestinese: un segnale di nuova conflittualità sociale.
Il linguaggio di Meloni e la distanza dalla realtà sociale*
Le parole della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pronunciate con leggerezza a proposito dello sciopero dei lavoratori, mostrano un abisso tra la sua visione politica e la condizione concreta di milioni di cittadini.
Definire la giornata di protesta come un semplice “weekend lungo” rivela non solo scarsa sensibilità, ma soprattutto l’incapacità di cogliere cosa significhi rinunciare a una quota del proprio salario in un Paese dove il potere d’acquisto è già ridotto all’osso.
Un operaio o un’insegnante che guadagnano intorno ai 1.500 euro al mese non possono permettersi di perdere 70 euro senza che ciò incida pesantemente sul bilancio familiare.
Il lavoro salariato, frutto di fatica e sacrificio quotidiano, è percepito dalla premier come una variabile secondaria, un elemento negoziabile a piacimento, mentre per la stragrande maggioranza dei lavoratori rappresenta la differenza tra stabilità e precarietà.
Questa superficialità non è casuale, ma riflette il DNA ideologico della destra italiana contemporanea: un misto di servilismo verso le classi privilegiate e un atteggiamento piccolo-borghese, che guarda con sospetto e fastidio ogni espressione di conflittualità sociale.
È una cultura politica che tende a minimizzare la portata delle rivendicazioni collettive, perché fondata sull’idea che il singolo debba cavarsela da solo, senza disturbare l’ordine costituito.
Sciopero, Palestina e la paura di una nuova solidarietà
La giornata di sciopero non è stata soltanto un gesto di protesta economica, ma anche un momento di respiro politico. Chi scende in piazza e rinuncia a una parte del proprio stipendio non lo fa per convenienza personale: lo fa perché crede in un principio più ampio, quello dell’uguaglianza e della dignità sociale. Ed è proprio questa dimensione collettiva che Meloni e i suoi alleati non riescono a comprendere, perché alieni a qualsiasi logica che superi l’individualismo e il calcolo immediato.
C’è poi un aspetto che inquieta ancora di più la premier: la connessione che in Europa e in Italia si sta creando tra le lotte sociali e il tema palestinese. La resistenza del popolo palestinese, al centro di un conflitto che scuote le coscienze internazionali, sta restituendo energia politica a una sinistra troppo a lungo piegata e disorientata. Il richiamo alla Palestina come simbolo di oppressione e di lotta per i diritti universali rischia di riattivare la capacità di mobilitazione dei movimenti popolari, unendo lavoratori e studenti sotto un’unica bandiera di giustizia.
È questo che Meloni teme: la possibilità che lo sciopero non resti un fatto isolato, ma si trasformi in un terreno fertile per una nuova conflittualità sociale, capace di andare oltre i confini nazionali. Una prospettiva che spaventa i poteri forti e i gruppi di interesse che il governo rappresenta, perché minaccia di riportare al centro della scena politica i temi dell’uguaglianza, della redistribuzione e della solidarietà internazionale.
L’adesione allo sciopero diventa allora un gesto di consapevolezza e di responsabilità. Significa dire no a una politica che deride il sacrificio dei lavoratori, e al tempo stesso affermare un legame con le lotte di chi, nel mondo, combatte per la propria sopravvivenza e dignità.
Lo sciopero è dunque più di un “weekend lungo”: è un segnale che la società italiana non ha smarrito del tutto la capacità di reagire. E la causa palestinese, con la sua forza simbolica, può diventare il catalizzatore di una nuova stagione di lotta sociale, che vada oltre i confini nazionali e sfidi apertamente il modello economico e politico dominante.

* Quest’articolo riprende e approfondisce una riflessione social del professor Paolo Desogus
Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Israele e la necropolitica: il laboratorio oscuro dell’Occidente
- L’indignazione liberal: spettacolo senza lotta
- L’UE spende 343 miliardi in armi: il welfare paga il prezzo del riarmo
- Sudan in fiamme: la guerra dimenticata che minaccia di dividere il Paese
E ti consigliamo
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- Musikkeller, un luogo-non luogo
- Breve guida per riconoscere il “coatto”
- Achab. Gli occhi di Argo sul carcere
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult
- Cartoline da Salò, nel vortice del presente












