www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
L’abbondanza di anglicismi anche dove non sarebbero necessari è un modo di farsi portatori del nuovo fine a sé stesso per legittimare superficialità e ignoranza: il nuovo non richiede né attenzione né cultura né vera competenza.
Gli inutili anglicismi*
Leggo sulla quarta di copertina di un recente libro di filosofia: «In che misura le nostre opinioni e decisioni sono generate da automatismi (o bias, come si tende a dire oggi)»? Peccato, mi sembrava un buon lavoro (l’ho pure comprato).
Ma la presenza di anglicismi inutili è un infallibile sintomo di sudditanza culturale, dunque un’implicita negazione dello scopo primario di un’opera accademica che sembrava intenzionata a rivelare (e non assecondare o promuovere) le trappole del «pensiero ideologico» e del conformismo mediatico.
Peraltro bias* non significa affatto «automatismo»: significa «pregiudizio»; certo i pregiudizi generano comportamenti automatici, ma lo stesso fanno (per fortuna) i giudizi assennati, ragionevoli, rigorosi, quelle che un tempo si chiamavano virtù.
Perché dunque non usare il termine italiano? Che fra l’altro rende trasparente il proprio significato ai madrelingua: si tratta di un giudizio che però viene fatto prima («pre») dell’esperienza o conoscenza diretta. «Bias», invece, per un italiano è una scatola nera, ossia un dispositivo (il concetto, molto utile, fu proposto da Bruno Latour) di cui si conosce l’effetto ma non il funzionamento.
A differenza che per un inglese o americano, che potrebbero aver usato «bias» a proposito della curva fatta da una boccia di bowling o di un taglio sbieco o di una propensione per qualcosa.
Tutti gli anglicismi che gli italiani adottano come se avessero un unico significato e che dunque «scientifizzano» (tipo H2O), in inglese ne hanno molti, che si sovrappongono, inclusi quelli che sembrano inventati dagli informatici («net», «web», «computer», «drive», «pad», «key», «email», «post», «chat», «link», eccetera). È la differenza fra una lingua viva e una lingua morta; e le lingue morte le parlavano popoli sconfitti, colonizzati, cancellati.
Ma torniamo al libro con cui ho iniziato. Quale è la scusa di quel «bias» (ripetuto decine di volte nel testo). Che così «si tende a dire oggi». Davvero? Da chi? A me pare che sia ancora poco diffuso e che l’utilizzarlo non sia dunque un adeguarsi a un uso affermato bensì un tentativo di facilitarne l’affermazione, indotto dal patetico bisogno di apparire cosmopoliti (atavico difetto degli intellettuali italiani, notava Gramsci un secolo fa).
Del resto anche parole diventate di uso e abuso comune sono state e continuano a essere imposte da gruppi minuscoli ma molto influenti (infatti li chiamate «influencer») e riprese dagli italiani che a tutti i costi vogliono fa’ l’americani, ossia avere successo, vedere premiati meritocraticamente i loro (per loro) indubbi meriti, sentirsi giovani anche quando non lo sono, farsi portatori del nuovo fine a sé stesso per legittimare la loro superficialità e ignoranza (il nuovo non richiede né attenzione né cultura né vera competenza).
La tragedia è che sono ancora una minoranza però arrogantemente piena di sé e in grado di intimidire una maggioranza che oltre che silenziosa è succube, confusa, intimorita, pavida, insicura di sé e dei propri valori.
La cancellazione dell’italiano è solo uno degli aspetti della de-italianizzazione dell’Italia, guidata da una destra filoamericana e da una sinistra diversamente filoamericana.
Permetteremo loro di disfare tutto ciò che di buono e di bello è stato costruito in secoli di civiltà? Ci sono tante riforme da fare ma ciò che ci viene chiesto è di fare il deserto per poi riempirlo di prodotti, costumi, cibi, modelli sociali e parole altrui. Il coraggio, oggi, ce lo si deve riuscire a dare, e così la determinazione.
ps: Bias deriva dall’antico provenzale ma in Italia non è arrivato attraverso Dante, nel qual caso sarebbe una parola «profonda» (e non una scatola nera), bensì attraverso l’inglese. Anche il latino «media» del resto viene pronunciato all’americana. Il mio punto è che se un anglosassone dice «computer» nella sua memoria linguistica c’è il verbo «to compute», calcolare. In Italia c’è solo il mito di Bill Gates o di Steve Jobs. I francesi, a scanso di equivoci, lo chiamano «ordinateur».

*Fonte: articolo estrapolato dalle riflessioni su FB di Francesco Erspamer è professore di studi italiani e romanzi a Harvard; in precedenza ha insegnato alla II Università di Roma e alla New York University, e come visiting professor alla Arizona State University, alla University of Toronto, a UCLA, a Johns Hopkins e a McGill.
Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- La nuova teocrazia americana: Papa Trump e il Cardinale Musk
- Dopo 15 mesi di guerra e massacri Hamas esiste ancora, ecco perchè Israele non ha vinto
- Il Principio di Peter: incompetenza e casualità come valore aziendale
- Il fascino del mindset digitale: come il tecno-libertarismo ha ridefinito il progressismo
E ti consigliamo
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- Musikkeller, un luogo-non luogo
- Breve guida per riconoscere il “coatto”
- Achab. Gli occhi di Argo sul carcere
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult
- Cartoline da Salò, nel vortice del presente












