Fronte-Retro, di Michele Caccamo: viaggio in metropolitana

Una storia, un avvenimento banale di cronaca, un fatto comune, piccoli gesti di vita quotidiana visti attraverso due sguardi opposti: è la nuova rubrica di Michele Caccamo, Front-Retro: una storia, due guardi.

Questa settimana c’è un viaggio da affrontare in metropolitana: la mascherina, la distanza di sicurezza e due viaggiatori diversi.

La mascherina di Troia

Le prime ore del mattino non hanno ossigeno.
La metro in arrivo mi sembra un lupo. Intorno non sento un respiro, tutto viene rimesso in gola.
Io ho trattenuto il fiato sin dalle scale mobili.
Ci sono troppi focolari accesi nelle case, troppi sentimenti familiari.
Ci sono troppi amori che nascono per poterli tenere a bada.
Io ho paura di un qualsiasi entusiasmo romantico, meglio stare tra gli sconfitti è più pacifico.
Qui in mezzo c’è qualcuno che sappia rinfrescarmi la salute? Io ho l’usanza della malattia.
La metro non ama il sole, è un topo che ha sempre la stessa buia meta.
Io mi accalco e penso di essere un cavallo di Troia. Di diventare il movimento intestinale per qualcuno, poi la febbre poi l’infezione.
Io mi accalco e penso di entrare in un garage sporco, pieno di facce brutte. Ho paura grandini palline di virus, mi piego mi stringo balbetto.
La metro toglie il respiro.
La mascherina penso sia uno scudo, che abbia un odore di mandorla.
Io penso che in fondo sia leggera questa crudeltà.
Le prime ore del mattino non mi fanno sapere nulla, non so se sia già arrivato un mago o un guaritore.
Scendo le scale senza sapere quanto sia vicina la mia paura.
Mi infilerò nella gabbia con il timore che mi si dissolverà la carne, che non avrò neanche un istante pe rendermene conto.
La mascherina ha una forza magica, ci gonfierà d’aria infausta e noi avremo le guance di un nero magnifico.
Il virus è un mare grosso, ha un seggiolo duro.
Nella metro ci guardiamo come fossimo demoni, perché la mascherina non giova a niente perché non copre gli occhi non copre le braccia non copre le vene non copre le dita non copre il culo non copre il cuore.
Ci guardiamo, ci temiamo.
Nella metro nessuno più parla ad alta voce, siamo tutti dimessi.

Lode all’aria

Le prime ore del mattino hanno i minuti migliori.
La metro che sopraggiunge porta tutta la vita e io voglio respirare il suo odore di ferro che brucia.
Ho accanto i servi mascherati, già di buon’ora senza nessuna bellezza di luce.
Ho escogitato un colpo di tosse per scavalcarli tutti.
Voglio lodare l’aria e i miei polmoni, tenere lontani gli uomini che si sono fatti incoronare morti. Quelli che credono che la mascherina sia un portafortuna.
Voglio disattivare questa bomba a tempo, questa nuova fede rigorosa.
Se uno solo di loro mi ascoltasse glielo farei capire che la paura crea un vuoto, che ciascuno di noi dovrebbe camminare con il fare del leone, che la paura rende fradici, indebolisce, ammala.
Se uno solo di loro mi ascoltasse gli direi di avvicinarsi al mio orecchio, di parlarmi di far arrivare al mio cuore la sua voce. Gli direi che si sta rinsecchendo, che le sue labbra diventeranno presto mute.
Ma il tutto intorno non ragiona.
L’uomo si è rintanato dietro a inutili strisce di stoffa, dietro alla nuova educazione sociale.
È un orrore questa umanità.
Ci hanno fatti cadere tutti quanti nell’attesa della morte, ci hanno resi fragili come fossimo fatti di creta tenera.
Fatemi uscire da questo vostro incubo. Io non appartengo alla vostra scelta.
Chiedetemi come sto a respirare tanto profondamente da risucchiare anche il cielo, chiedetemi come sto al centro della vita.
Sotto nella metro neanche mi guardano. Mi metterebbero sotto ai piedi o sotto a un vagone, hanno tutti lo sguardo fisso dall’altra parte.
Io volevo solo respirare, adesso ho paura di farlo.
Ho bisogno di vento.

 

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