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Gli USA e Israele preparano un attacco all’Iran, mentre la crisi dell’egemonia americana spinge Washington a usare solo la forza militare. L’Europa resta subalterna, ma Gaza incrina le certezze occidentali. Il mondo si avvia verso una fase di conflitto multipolare.
Il preludio a un nuovo conflitto: Israele, USA e la pressione sull’Iran
Gli ultimi movimenti degli Stati Uniti e di Israele lasciano intravedere uno scenario altamente esplosivo: la preparazione di un attacco contro l’Iran. Le avvisaglie sono numerose e difficili da ignorare. Washington ha dislocato una quantità imponente di aerei da rifornimento in basi prossime al territorio iraniano, mentre il 38% dei sistemi antimissile americani THAAD è stato posizionato a protezione dello spazio israeliano.
A questo si aggiunge l’ultimatum, volutamente irrealizzabile, rivolto all’Iran dall’amministrazione statunitense: bloccare qualsiasi programma di arricchimento dell’uranio e smantellare tutti i missili a medio raggio, cioè proprio quelli che potrebbero rappresentare una deterrenza nei confronti di Israele.
Questo insieme di mosse appare come un chiaro preludio alla continuazione di quella che è già stata definita la “Guerra dei 12 giorni”, e segna un ritorno alla strategia dell’escalation militare come unico linguaggio rimasto a Washington per affermare il proprio ruolo di potenza globale.
Nel frattempo, sul fronte latinoamericano, il Venezuela vive in una condizione di costante pressione. La presenza della flotta americana a ridosso delle coste, il bombardamento periodico di imbarcazioni accusate di traffico illecito e le ripetute richieste al presidente Maduro di abbandonare il potere delineano un copione ben noto: quello della destabilizzazione.
Tutto ciò accade mentre negli Stati Uniti è in corso lo “shutdown”, con il blocco di servizi pubblici e migliaia di lavoratori a rischio licenziamento. Un quadro paradossale, in cui l’amministrazione americana, incapace di gestire le proprie contraddizioni interne, si proietta all’esterno facendo leva sul solo strumento che ancora garantisce supremazia: la forza militare.
L’egemonia americana in crisi e l’Europa senza autonomia
La crisi dell’egemonia statunitense è ormai evidente. Il processo di dedollarizzazione avanza, e nuove potenze emergenti sono in grado di sottrarre agli USA le rendite che per decenni ne hanno sostenuto la centralità economica. In assenza di strumenti politici e diplomatici efficaci, Washington reagisce esibendo il proprio potere bellico, proiettando il mondo verso una fase storica che rischia di essere la più pericolosa e sanguinosa dell’intero dopoguerra.
L’Europa, in questo scenario, appare incapace di ritagliarsi uno spazio autonomo. I governi europei si sono finora allineati docilmente alle strategie statunitensi, sperando di ottenere briciole di ritorno dalle campagne militari e dalle manovre geopolitiche guidate da Washington.
È un atteggiamento che la riduce a “retrovia” dell’impero americano, più spettatrice che protagonista. Eppure, la questione non è puramente diplomatica: la scelta tra seguire ciecamente l’avventurismo USA o immaginare un ruolo terzo in un quadro multipolare deciderà il destino politico ed economico dell’intero continente.
Un segnale di incrinatura, tuttavia, proviene dalle opinioni pubbliche. Le popolazioni europee, spesso anestetizzate da anni di narrazioni semplificate, cominciano a reagire di fronte alla tragedia palestinese. Gaza, con il suo carico di distruzione e ingiustizia, ha aperto una breccia nel muro della propaganda mediatica, costringendo molti a interrogarsi sul significato dei valori occidentali di “diritti umani” e “democrazia” proclamati a intermittenza. La consapevolezza che non si è “sempre dalla parte giusta della storia” mina alla radice uno dei principali strumenti di legittimazione del blocco euroatlantico.
Lo schema delle alleanze è chiaro. Da una parte, Stati Uniti e Israele, con il supporto di Regno Unito e Germania, cercano di compensare la crisi del proprio modello industriale ed economico sfruttando la superiorità militare residua e puntando a nuove fonti di estrazione di valore: che siano le risorse russe, venezuelane o iraniane, o persino la fascia costiera di Gaza. Dall’altra, un fronte composto da Cina e Russia, seguiti da Iran e Venezuela, che punta al consolidamento regionale e a un ordine multipolare fondato sulla cooperazione piuttosto che sul confronto diretto. In mezzo, la Palestina, che pur priva di potere materiale rimane simbolo universale di resistenza e giustizia.
La partita globale è dunque aperta. Si tratta di una sfida in cui non esistono scorciatoie e in cui anche l’Europa, prima o poi, sarà chiamata a schierarsi. Qualunque scelta verrà compiuta comporterà un prezzo, e le conseguenze saranno inevitabilmente profonde.

* Quest’articolo riprende e approfondisce una riflessione social del professor Andrea Zhok
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