Teheran non crede al bluff americano, interrotti i colloqui a Islamabad

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Gli USA raccontano vittorie nel Golfo, ma i fatti mostrano limiti operativi e industriali. Armi costose contro droni economici, produzione lenta, dipendenza dalla Cina. La superpotenza regge sulla narrazione, mentre la realtà strategica scricchiola e i negoziati con l’Iran falliscono.

Superpotenza di carta: la guerra che Washington racconta (ma non regge)

C’è un dettaglio che tradisce più di mille dichiarazioni ufficiali: quando una potenza deve raccontare di aver vinto, anziché dimostrarlo. È esattamente ciò che sta accadendo all’amministrazione di Donald Trump, impegnata a costruire una narrazione di dominio nel Golfo mentre la realtà suggerisce tutt’altro.

Il fallimento delle trattative a Islamabad, con la delegazione statunitense che ha abbandonato in fretta e furia la capitale pakistana, ha dato il via a una serie di strabilianti fake sullo sminamento di Hormuz.

La vicenda dello Stretto è emblematica. Il CENTCOM ha diffuso la notizia di un dispiegamento navale volto prima allo sminamento, poi alla difesa della “libera navigazione”. Una versione prontamente smentita non solo dai Pasdaran – le Guardie Rivoluzionarie iraniane – ma anche da fonti indipendenti basate su tracciamenti OSINT e aggiornamenti delle agenzie internazionali.

La necessità stessa di diffondere una notizia di quel tipo evidenzia il problema: se davvero si fosse trattato di una dimostrazione di forza, non ci sarebbe stato bisogno di raccontarla: sarebbe stata evidente.

La guerra raccontata e quella reale

Washington insiste nel sostenere di aver inflitto colpi decisivi alle capacità militari iraniane. Distruzione della marina, neutralizzazione dei vettori missilistici, superiorità tecnologica ristabilita. Una sceneggiatura perfetta, se non fosse che gli episodi sul campo raccontano altro.

Un cacciatorpediniere statunitense, ufficialmente impegnato in operazioni di sminamento – attività per cui, incidentalmente, la flotta USA nel Golfo non dispone più di unità adeguate da anni – è stato costretto a ritirarsi dopo un ultimatum iraniano di trenta minuti. Un fatto documentato, ma trattato mediaticamente come un incidente minore, quando in realtà rappresenta un segnale politico e militare di ben altra portata.

Il silenzio su episodi di questo tipo non è casuale ma funzionale. Serve a mantenere intatta la narrazione della superpotenza che controlla lo scenario. Anche quando, nei fatti, lo scenario la costringe alla prudenza.

L’economia della guerra: il vero tallone d’Achille

Se però si abbandona il piano della propaganda e si osservano i dati materiali, il quadro diventa ancora più eloquente.

Un missile Patriot richiede tra i 18 e i 24 mesi di produzione, con costi che oscillano tra i 4 e i 5 milioni di dollari per unità. I Tomahawk viaggiano su tempi simili, attorno ai due anni, per circa 3,6 milioni di dollari ciascuno. I sistemi THAAD, più sofisticati, non superano le 100 unità annue, con un costo di oltre 12 milioni a pezzo.

Dall’altra parte, l’Iran impiega una logica completamente diversa. I droni Shahed – nelle versioni 131 e 136 – hanno costi stimati tra i 7.000 e i 20.000 dollari e possono essere prodotti fino a 200 unità al giorno. I missili balistici a corto raggio si attestano attorno ai 160.000 dollari, mentre quelli più avanzati arrivano a circa un milione.

Il confronto è brutale nella sua semplicità: da un lato sistemi ipertecnologici, costosi e lenti da produrre; dall’altro armi più rudimentali, ma economiche, scalabili e rapidamente replicabili. In una guerra di attrito, questo squilibrio non è secondario ma decisivo.

Ogni intercettazione con un Patriot contro un drone da poche migliaia di dollari rappresenta, di fatto, una perdita economica netta. Moltiplicata per centinaia di ingaggi, diventa un problema strutturale. Ma il nodo vero non è nemmeno il costo unitario: è la capacità produttiva.

Gli Stati Uniti, come molte economie occidentali, scontano decenni di deindustrializzazione. Le catene di approvvigionamento per componenti critici – dai semiconduttori ai minerali rari – sono oggi fortemente dipendenti da attori esterni, in primis la Cina.

Questo significa che la capacità di sostenere un conflitto prolungato non dipende solo dalla volontà politica o dalla superiorità tecnologica, ma dalla resilienza industriale. E su questo terreno, Washington mostra fragilità evidenti.

Essere una superpotenza implica poter sostenere nel tempo uno sforzo bellico. Non solo vincere una battaglia narrativa. Quando produzione, costi e logistica iniziano a scricchiolare, anche la proiezione di potenza ne risente.

Il sipario sulla narrazione

Resta quindi la comunicazione, la costruzione di una realtà alternativa in cui tutto è sotto controllo, tutto è previsto, tutto è già stato vinto. Ma la distanza tra narrazione e realtà, quando diventa troppo ampia, non rafforza la credibilità: la erode.

E così, mentre i dati raccontano una guerra economicamente insostenibile e strategicamente complessa, il discorso pubblico si rifugia nelle dichiarazioni trionfali e nelle operazioni mediatiche. Non è la prima volta nella storia che accade. Ma raramente è stato così evidente.

E così si arriva all’attualità di queste ultime ora: Vance è duro dopo i colloqui interrotti in Pakistan. “Non è stato raggiunto nessun accordo – ha detto il vicepresidente degli Stati Uniti in conferenza stampa – Non hanno accettato le nostre condizioni”. In particolare ha citato lo sviluppo del nucleare. “Devono capire che questa era la nostra offerta finale”. E poi è ripartito per gli Usa. Per la tv di Stato di Teheran si trattava di “proposte irricevibili”.

La sensazione è quella di una partita a poker in cui Teheran chiede continuamente a Washington, rilanciando, di vedere le carte, certa del bluff.

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