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L’Europa ultra-atlantista affronta il declino con più riarmo, più subordinazione agli USA e meno autonomia strategica. Tra crisi energetica, Gaza, Ucraina e collasso industriale, le élite europee sembrano preparare un suicidio geopolitico collettivo.
L’Europa atlantista prepara la sua eutanasia
Facciamo un passo indietro: nel giugno 2025, al vertice NATO dell’Aia, i governi europei avevano approvato un nuovo incremento della spesa militare mentre il prezzo del gas restava strutturalmente superiore ai livelli pre-2022, la manifattura tedesca – nel mentre – continua a perdere competitività e Washington, sotto l’apparente confusione strategica di Trump, scarica apertamente sugli alleati il costo strategico dell’Occidente. È questo il dato reale. Tutto il resto — i sermoni sull’unità euro-atlantica, la “difesa dei valori”, le liturgie a mezzo stampa sul fronte democratico — serve ormai solo a coprire un gigantesco fallimento storico.
La vera questione europea oggi non è l’Ucraina. Non è neppure la Russia. È la sopravvivenza materiale del continente dentro un ordine mondiale che non controlla più. Gli Stati Uniti stanno ridefinendo le proprie priorità strategiche: contenimento della Cina, protezionismo industriale, rilocalizzazione tecnologica, supremazia energetica. L’Europa, invece, continua a comportarsi come un funzionario sovietico nel 1988: irrigidita ideologicamente proprio mentre il sistema che la sosteneva si decompone.
Qui emerge la patologia politica delle classi dirigenti ultra-atlantiste: la totale incapacità di leggere il mutamento storico. Un ceto politico cresciuto sotto il paternalismo geopolitico americano si ritrova improvvisamente orfano, ma reagisce come un bambino isterico che stringe ancora più forte la mano del padre mentre questo se ne sta andando.
Un soggetto razionale avrebbe preso atto della transizione multipolare. Avrebbe cercato nuove relazioni energetiche, industriali e diplomatiche. Avrebbe costruito una strategia di equilibrio tra Stati Uniti, Cina, India, Golfo Persico, Africa e persino Russia. Avrebbe almeno tentato di salvare il salvabile. Invece l’Europa ha fatto l’opposto.
Ha assecondato per trent’anni il progetto di penetrazione economica nello spazio post-sovietico, dall’epoca del disastro Eltsin fino all’espansione Nato verso est. Ha partecipato alla guerra ucraina trasformandola in una voragine finanziaria e militare senza alcuna strategia realistica di uscita. Ha sostenuto un conflitto logorante che ha devastato l’economia europea molto più di quella americana.
Nel frattempo, l’industria tedesca arranca. BASF riduce investimenti in Germania e li sposta altrove. Il costo energetico europeo resta più alto rispetto a quello statunitense e cinese. Le filiere industriali perdono competitività. Ma a Bruxelles sembrano convinti che le acciaierie possano funzionare con le conferenze stampa di Ursula von der Leyen.
L’epitaffio mediorientale
Poi c’è il Medio Oriente con Gaza a rappresentare il punto di rottura morale definitivo. Per quasi due anni, gran parte dell’establishment europeo ha reagito alla distruzione della Striscia con comunicati anestetizzati: “preoccupazione”, “moderazione”, “diritto alla difesa”. Nessuna vera sanzione. Nessuna sospensione seria degli accordi. Nessuna autonomia diplomatica rispetto a Washington e Tel Aviv. Soltanto la Spagna di Pedro Sánchez ha assunto, almeno parzialmente, una posizione diversa nel quadro europeo.
Il risultato è devastante: l’Europa ha perso contemporaneamente credibilità politica nel Sud globale e stabilità interna. Si è presentata al mondo come una potenza moralista incapace però di applicare i propri principi quando gli interessi strategici americani entrano in gioco.
Nel frattempo, il riarmo procede. La Germania annuncia programmi militari giganteschi. La Polonia accelera. I bilanci della difesa crescono ovunque mentre i sistemi sanitari arrancano e il potere d’acquisto crolla. L’Europa si sta trasformando in una piattaforma avanzata di confronto geopolitico tra un Occidente in declino relativo e il blocco emergente eurasiatico.
E qui si arriva al vero cortocircuito: queste élite parlano continuamente di “difesa della civiltà europea” mentre stanno distruggendo le basi materiali della vita europea. Energia cara, deindustrializzazione, militarizzazione, subordinazione diplomatica, stagnazione salariale: il capolavoro politico degli euro-atlantisti è aver trasformato il continente più prospero del pianeta in un condominio impaurito che compra missili americani mentre chiude le fabbriche.
Naturalmente, in Italia il dibattito resta a livelli dadaisti. Giorgia Meloni tenta operazioni cosmetiche con bonus immobiliari e propaganda identitaria. Carlo Calenda continua a comportarsi come l’ultimo amministratore delegato di una multinazionale fallita che pretende ancora di impartire lezioni di management dal ponte del Titanic. Matteo Renzi rinasce ciclicamente come una soap opera scritta male. E intorno, il solito sottobosco mediatico-finanziario sogna governi tecnici, “responsabilità nazionale”, centrismi miracolosi e altre reliquie degli anni Novanta. Ma il problema non è più elettorale. È storico.
La domanda non è se questa strategia porterà a una crisi sistemica europea. Ci è già dentro. La domanda vera è quanto durerà la fase di decomposizione prima che qualche incidente geopolitico, economico o terroristico venga utilizzato come detonatore definitivo. Perché gli orfani della Nato sembrano pronti a tutto pur di non accettare che il mondo è cambiato. Anche a suicidarsi con impeccabile disciplina atlantica.

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