www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Il governo italiano è mediocre e fallimentare, ma resta sostenuto perché le alternative – nella percezione popolare- sembrano peggiori. La sinistra parla con linguaggi superati, incapace di incidere. Così cresce il divario tra cultura ufficiale e vita reale, lasciando un vuoto che alimenta la paralisi politica.
Una crisi politica che riflette il vuoto culturale*
La pochezza di questo governo è ormai evidente non soltanto agli oppositori, ma persino a una parte significativa del suo stesso elettorato. L’imbarazzo provocato da Matteo Salvini è quasi trasversale, così come l’impressione di trovarsi davanti, tra i quadri di Fratelli d’Italia, a una miscela di superficialità e rozzezza.
Tuttavia, ciò che sorprende non è tanto la scarsa qualità della classe dirigente al potere, quanto la resilienza del consenso che continua a sostenerla.
La domanda centrale è quindi un’altra: perché, pur riconoscendo le contraddizioni e i limiti dell’attuale governo, gli elettori scelgono ancora questa maggioranza? Oppure, perché preferiscono l’astensione, rinunciando a qualsiasi partecipazione politica?
La risposta, per quanto scomoda, appare semplice: molti cittadini ritengono che le alternative siano peggiori. La diffidenza verso la sinistra e i suoi leader – Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni – prevale su qualsiasi critica al governo in carica. Agli occhi di una parte dell’elettorato, questi nomi evocano più timore che fiducia, quasi fossero sinonimi di instabilità o di ritorno a stagioni politiche giudicate fallimentari.
Il fallimento di una cultura politica
Non si tratta solo di leader poco convincenti. La questione è più profonda e riguarda l’intero universo culturale della sinistra, che appare incapace di parlare al presente. Il linguaggio utilizzato – anche dai suoi esponenti migliori – sembra rimanere ancorato a categorie storiche superate, come se il 1789 non fosse mai terminato.
Il risultato è che i discorsi politici appaiono astratti, lontani dalla realtà quotidiana delle persone, incapaci di incidere sui problemi concreti.
Nel frattempo, tra i cittadini cresce un “nuovo sentire”: un sentimento vago, oppositivo, privo di un progetto definito e senza la possibilità di trasformarsi in movimento organizzato o cultura politica strutturata. Non perché manchino i malcontenti, ma perché le condizioni che permetterebbero a questi malcontenti di tradursi in forza collettiva sono bloccate.
A determinare questa paralisi sono i circuiti della produzione culturale: università, media, editoria, giornali. È qui che le idee circolano, si consolidano e trovano canali di espressione. Ed è sempre qui che, consapevolmente o meno, viene esercitato un potere di filtro, di controllo, di esclusione. Ciò che non rientra nei codici del discorso ufficiale resta marginale, invisibile, inarticolato.
Il prezzo di questo blocco è altissimo: esso scava un fossato sempre più profondo tra cultura istituzionalizzata e vita reale, tra il linguaggio pubblico e i bisogni concreti dei cittadini. Questo divario si manifesta non solo sul piano politico, ma anche su quello sociale e culturale, alimentando un crescente senso di sfiducia verso qualsiasi forma di rappresentanza.
Il baratro tra retorica e realtà
Si può tentare di colmare questa distanza con slogan, con appelli emotivi, con retoriche consolatorie. Ma è un’illusione. La frattura tra la cultura ufficiale e i mondi della vita quotidiana non si ricompone con artifici linguistici o richiami nostalgici al passato. Servirebbe un ripensamento radicale dei linguaggi, delle pratiche e delle strutture della politica.
Eppure, questo salto appare al momento fuori portata. Le forze di opposizione restano imprigionate nei loro codici ideologici, incapaci di comprendere che il terreno stesso del confronto politico è cambiato. Nel frattempo, chi governa può apparire mediocre, ma beneficia del vuoto lasciato da chi non riesce più a parlare con efficacia.
Il risultato è una paralisi che si autoalimenta: la mediocrità al potere si perpetua grazie all’assenza di alternative credibili, mentre il malcontento popolare rimane disperso, incapace di farsi forza organizzata. E così, il baratro continua ad allargarsi, con buona pace di chi ancora si illude che basti qualche retorica ben confezionata per colmarlo.

* Questo testo riprende e amplia un ragionamento del professor Vincenzo Costa
Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Israele e la necropolitica: il laboratorio oscuro dell’Occidente
- L’indignazione liberal: spettacolo senza lotta
- L’UE spende 343 miliardi in armi: il welfare paga il prezzo del riarmo
- Sudan in fiamme: la guerra dimenticata che minaccia di dividere il Paese
E ti consigliamo
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- Musikkeller, un luogo-non luogo
- Breve guida per riconoscere il “coatto”
- Achab. Gli occhi di Argo sul carcere
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult
- Cartoline da Salò, nel vortice del presente












