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Il governo israeliano risponde alla pur blanda pressione internazionale con un ulteriore folle crescendo di devastazione, carestia imposta e puro terrore accoppiato a incessanti tentativi di distrarre l’opinione pubblica occidentale. Nelle ultime ore abbiamo assistito alla distruzione di Beit Hanoun mentre sui media si parlava del ‘pericolo’ Iran.
Gaza, la distruzione di Beit Hanoun
L’esercito israeliano si è ritirato da Beit Hanoun, nel nord di Gaza, dopo un’incursione di 36 ore. L’esercito occupante ha rapito molti civili palestinesi e prima di ritirarsi ha distrutto gran parte delle case ancora rimaste in piedi rendendole inabitabili, come documentato dalla foto e da questo video girato da un giornalista di Al Jazeera.
Quello che emerge dall’incursione e dal successivo ritiro è di importanza generale: Israele vuole completare la pulizia etnica del nord della Striscia ma non ha sufficienti forze militari per farlo nel modo più “logico”, ovvero sgomberando la popolazione e occupando permanentemente il territorio sgomberato per impedire il ritorno dei civili.
Quindi, per conseguire lo scopo usa la tattica della terra bruciata, rendendo invivibile la zona che vuole conquistare demolendo case e infrastrutture, bloccando cibo, acqua e beni di prima necessità e aggiungendo azioni puramente terroristiche quali spari sui civili, bombardamenti a tappeto, arresti di massa, maltrattamenti e torture.
La cosa però incredibile (almeno per noi occidentali) è che nonostante tutta questa devastazione e questi orrori, i civili palestinesi stanno già tornando a Beit Hanoun approfittando del ritiro dell’esercito occupante.
Sanno che l’unica cosa che possono opporre alla violenza di Israele è la determinazione a non farsi cacciare via dalla loro terra, anche a costo di indicibili sofferenze.
Vale la pena notare che al momento è proprio questa commovente determinazione del popolo palestinese a costituire il principale ostacolo al piano di pulizia etnica.
Nonostante sei mesi di orrori senza limiti e senza fine, nonostante non abbiano cibo, acqua o accesso a cure mediche, centinaia di migliaia di palestinesi continuano a restare nel nord della Striscia, per non parlare delle moltitudini di sfollati che non lasciano nulla di intentato per cercare di tornare al nord.
Questa incredibile ostinazione è ciò che sta mandando all’aria i piani del governo israeliano che forse sperava, infliggendo quantità industriali di dolore e sofferenze ai civili, di provocare una rivolta contro Hamas o una fuga completa.
Dopo sei mesi appare però chiaro che difficilmente ci saranno fughe e rivolte, perchè i palestinesi hanno ben chiaro che l’obiettivo di Israele non è affatto Hamas, ma loro stessi e la loro terra.
Ora Israele è in un vicolo cieco: non ha le forze per sgomberare permanentemente centinaia di migliaia di persone e non può sterminarle tutte, sia per motivi pratici che per motivi politici.
Purtroppo, ormai sappiamo anche che a questa ostinazione il governo israeliano risponderà nel solo modo che conosce, ovvero un ulteriore folle crescendo di devastazione, carestia imposta e puro terrore accoppiato a incessanti tentativi di distrarre l’opinione pubblica occidentale da questa escalation criminale. Le provocazioni contro l’Iran servono anche a questo, a distrarre l’Occidente.
Per questo, ieri oggi e domani, la cosa più importante che ciascuno di noi può fare è sempre la stessa: non smettere mai di parlare di Gaza, non smettere mai di parlare della Palestina.

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