Gli Stati Generali: Boeri, Fuksas e i piaceri della vita bucolica

Agli Stati Generali convocati da Giuseppe Conte, non mancano le archi-urban-stars, Stefano Boeri e Massimiliano Fuksas, alfieri di una moderna transumanza dalle città verso ameni borghi remoti, una sorta di ricolonizzazione rupestre, a metà tra il morettiano Giro, faccio cose e il fantozziano Andate cari inferiori.

Gli Stati Generali: una, dieci, cento, mille Capalbio

Da qualche giorno si sono aperti i lavori degli Stati Generali convocati dal Governo e gestiti dal mandatario Vittorio Colao, che ha pure redatto all’uopo un corposo piano di rilancio economico nazionale.

Un significativo red carpet a Villa Doria Pamphili sul quale sfilano e sfileranno le primedonne di ogni disciplina sociale economica e culturale a dire la loro per la ricostruzione del paese martoriato dall’epidemia.

Alla voce Architettura e Urbanistica non potevano mancare quelli che sono considerati maître à penser delle suddette discipline e, per estensione ed auto proclamazione depositari del Verbo che disciplina l’umano vivere, ovvero Renzo Piano (invitato pochi giorni prima pare abbia declinato per impegni precedentemente assunti), Stefano Boeri e Massimiliano Fuksas.

Huffington Post, è notizia dell’ultima ora, segnala che Stefano Boeri, dopo l’intervento agli Stati Generali parlerà al controvertice della Green Economy, sempre che si riescano ad ottimizzare gli orari.

Stati Generali, idee per la ripartenza

Tornando a bomba, di cosa parleranno i nostri? Già dai giorni immediatamente successivi all’imposizione del lockdown si sono buttati con slancio eroico, filantropico e singolare tempismo ad indicare la rotta per uscire dal problema generato dal Covid_19.

Fuksas e Boeri, quest’ultimo sostenuto dall’Amaca di Michele Serra, hanno individuato da mesi con infallibile sicurezza, più e meglio dei virologi maggiormente acclamati, che la risposta al virus, espandendosi favorito dalle concentrazioni umane, risiede nello spalmare l’italica umanità nei borghi dell’Italia interna, anche detta minore.

Così si otterrebbe un duplice scopo: diluizione dell’affollamento e recupero del patrimonio edilizio dei borghi da decenni abbandonati o gravemente spopolati.

Ovviamente i “nostri” non si nascondono i motivi per cui gli storici abitanti hanno abbandonato quei luoghi ma la risposta è presto detta: la tecnologia che la contemporaneità ci mette a disposizione salverà quelle pittoresche ed amene località, e noi stessi, da morte certa.

Così che il termine “remoto” aggettiverà in un sol colpo la doppia valenza di modalità di lavoro e l’eremo di residenza.

Smart working, aria salubre, call Singapore-Piovarolo e insalatina dell’orto.

Hostaria – I Nuovi Mostri

 

Peccato che questa immagine idilliaca sia più un prodotto di oziose conversazioni da salotto che possibile base progettuale. Che al di là della descrizione di un’arcadia immaginata da chi, di quei posti, al massimo, ne ha esperienza solo per esserci andato a fare una scampagnata e a mangiare in “quella trattoria che conosco solo io e dove preparano tutto in casa, a mano”.

Scampagnate tanto brevi da considerare stravagante e tanto pittoresco il fatto che lo smartphone, tra tanti verdi campi, non trovi campo per whatzappare.

Fuksas che, prima di intraprendere la strada dei monti, segnala inequivocabilmente che per combattere un virus grande servono appartamenti grandi, forse parafrasando la nota pubblicità dei pennelli (pubblicità della quale abbiamo riso tutti e che ora, ahinoi stupidi, viene assunta come modello di metodo), coworking condominiale, lampade uv, ascensori autoigenizzantii e altri ameni gadget del genere.

Pennelli cinghiale

 

Contrordine compagni! Dopo aver costruito città e grattacieli mimetizzati da boschi verticali eccoli folgorati sulla via di Damasco facendo ammenda per aver densificato la città e favorito la diffusione “dell’orribile morbo che tutti ci piglia”? Ci perdoni, padre, perché abbiamo peccato.

Nulla di tutto questo. Questo si chiama essere scaltri e, come il Il pifferaio di Hamelin, saper suonare il motivetto che tanto ammalia grandi e piccini. A cui segue l’individuazione di una vetrina, e il mercato che ne potrebbe derivare in termini di consulenze ministeriali, masterplan e, di passo in passo, fino alle ristrutturazioncelle di casali in sasso buoni per le riviste di settore come per i rotocalchi da sfogliare sotto al casco della parrucchiera.

Ma anche se fosse solo per stare sotto ai riflettori e difendere la propria notorietà e il privilegio di posizione si tratterebbe un’opportunità ghiotta da non sottovalutare.

Renzo Piano ha rubato la scena col ponte Morandi ed è anche arrivato primo nella corsa alle teorizzazioni sulla rigenerazione delle periferie. Fuksas ha detto la sua sull’arcadia dall’aria buona e sulla metratura degli appartamenti. Boeri, idem con patate, con altri argomenti e con integrazione di argomenti.

Fuksas: Renzo Piano vuole salvare le periferie? Basta ipocrisia

 

E Michele Serra? Dondolandosi sull’Amaca eccolo a fare da megafono autorevole, in quanto da alcuni anni residente in Val Tidone, provincia di Piacenza e ad un’ora da Milano, amena località collinare appenninica infestata da milanesi alla stregua di una nuova Brianza.

Bene ha fatto il prof. Chiodelli, geografo dell’Università di Torino, sul Manifesto del 24 aprile, a rintuzzare, documentando scrupolosamente, le sparate di Boeri e Fuksas come deprimenti chiacchiere da bar. Lui non le definisce così ma il senso è quello.

Nel suo intervento ricorda come i luoghi siano stati abbandonati o si siano spopolati non per un capriccio ma per oggettive ragioni: mancanza di lavoro, assenza di servizi indispensabili e tutto quanto considerato, a torto o a ragione, necessario per condurre una vita se non comoda almeno dignitosa e moderatamente adeguata ai tempi e a frugali bisogni.

Vita rustica e densità urbana

Laddove i furbetti del borgo antico sospirano a pieni polmoni decantando i piaceri e la salubrità della vita rustica c’è chi, per fortuna, fa rilevare che non è la densità urbana a favorire il contagio ma la densità fisica e relazionale che si crea nell’uso degli spazi urbani.

Di conseguenza, il tema non dovrebbe essere affrontato trasferendo banalmente tali densità umane, con i medesimi usi e costumi, ma assumendo on site modalità fisico-relazionali diverse da quanto avvenuto inconsapevolmente fino ad oggi.

Chiodelli fa notare che: “Sono almeno due le debolezze di tale idea. La prima è relativa al presupposto su cui si basa: quello che, al tempo della pandemia (considerata tra l’altro come destinata a durare svariati anni, forse decenni, quando tutto ciò non è affatto certo), la densità residenziale è un problema in sé.

E continua: Su tale presupposto sollevo alcuni elementi di dubbio – alimentati anche dalla constatazione che, per ora, le aree più colpite dal Covid-19 in Italia non sono solo e tanto aree a elevata densità residenziale, ma anche zone, al contrario, di profonda dispersione (come la provincia di Bergamo)”.

Il rimando alle zone dove la tipologia edilizia villetta e casa a schiera “immerse nel verde”, come recitano i depliant delle agenzie immobiliari, non deve essere ignorato.


Modelli insediativi

La bassa bergamasca, come la zona rossa di Codogno e dintorni, rappresentano la miglior esemplificazione di quel modello insediativo sparso e a bassa densità che punteggia come il vaiolo tutte le regioni e i territori padani e che Massimo Quaini, altro insigne geografo, ha definito “l’ecomostro Pianura Padana”.

Che le “visioni” proposte da Fuksas e Boeri, ma in verità non solo loro, facciano tristezza o schiumare di rabbia è un dato non trascurabile.

Come non sentirsi toccati dalla descrizione di una, dieci, cento, mille Capalbio quando, con le pezze al culo la maggioranza della popolazione si ingegna per combinare il pranzo con la cena. Ripristinare il baratto? L’abigeato?

Gli indigeni troveranno lavoro come stallieri e giardinieri e le donne come cameriere o balie da latte?

Neopaesologi visionari

L’orizzonte che vede al proprio centro l’offerta di una nuova opportunità per l’Italia interna è stato ampiamente trattato fin dai primi segnali di spopolamento.

Una quantità imponente di serissimi studi hanno visto la luce a cura di personalità che hanno fatto del tema una scelta di vita.

Tema troppo serio e complesso per accettare che sia banalizzato da cacciatori di incarichi neopaesologi visionari o dame di San Vincenzo fautrici del dov’era e com’era, anche se questo significa alloggi malsani da risanare, opportunità economiche scarse o nulle e dove per andare a scuola, all’ospedale o a prendere il treno devi farti un’ora di auto su strade tortuose, oltre che difficilmente percorribili nella stagione invernale.

Sempre che, come detto e ribadito, non si stia parlando di seconde case, che allora è tutta un’altra storia.

Teoria e prassi

Già da tempo, silenziosamente, qualcuno ha avviato un ritorno a quelle zone che, nel tempo, sono state abbandonate da Dio e dagli uomini in cerca di una vita meno grama.

Si cerca un’opportunità di sostentamento fondando cooperative di comunità, strumento legislativo poco praticato ma decisamente interessante anche in ambito urbano, che si dibattono tra valorizzazione turistica del luogo, attività agricole biologiche e manutenzione del territorio.

Encomiabili e degni di tutta la stima del mondo, però qualcuno chieda a questi nuovi coloni se, alla fine del mese, riescono a mettere insieme uno stipendio di mille euro dallo sparuto flusso turistico, dalla vendita di quanto coltivato e allevato e dai contributi dalla Regione che paga la pulizia dei torrenti e il risanamento delle frane.

La risposta per l’ignaro lettore potrebbe essere disarmante.

Ma ai teorizzatori pret-a-porter questo non interessa, per questa stagione va di moda e si porta il rurale con i media che dedicano copertine e interviste nella programmazione televisiva del pomeriggio.

E Charles Rollin disse…

C’è da chiedersi se i neopaesologi, dalla torre d’avorio in pieno centro storico, abbiano trovato una nuova sponda teorica nel testo settecentesco Storia Antica e Romana dello storico francese Charles Rollin e tradotta in italiano a Firenze nel 1829.

Testo sconosciuto ai più e nel quale, riportando antichi autori romani, si recita:

“Il lusso, l’avarizia, l’ingiustizia, la violenza e l’ambizione, compagne quasi inseparabili delle ricchezze, abitano per lo più nelle grandi città, nelle quali trovano materia e occasione. La vita campestre dura e laboriosa non da ricetto ad alcuno dei vizj”.

Come a dire che dal borghetto appenninico a mezza costa al cottage tanto caro a William Morris è tutta una discesa.

  


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About Gino Delledonne

Architetto e docente di “Metodi di valorizzazione paesistica” presso il Master in Management del Turismo Culturale dell’Università di Roma Tor Vergata. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche tra le quali Diario e Archivio. Collabora inoltre con Bookciak Magazine
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