Gaza sparisce dai feed: la tregua serve a nascondere i morti

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A Gaza la “tregua” non ferma le uccisioni: oltre 700 morti in tre mesi mentre l’informazione sparisce dai social (-84%). La guerra continua, ma fuori dai feed. Meno visibile, più normalizzata. Il silenzio diventa complice.

Gaza sparisce dai feed

Dal 10 ottobre 2025, data della tregua formalmente concordata tra Israele e Hamas, a Gaza si continua a morire con una regolarità che smentisce qualsiasi narrazione distensiva. Secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza, ritenuti attendibili da numerose agenzie internazionali pur nelle difficoltà di verifica sul campo, i palestinesi uccisi dopo l’entrata in vigore della tregua superano le 780 unità. Il totale complessivo delle vittime dall’inizio dell’offensiva israeliana del 7 ottobre 2023 ha ormai superato quota 72.500.

Queste cifre, tuttavia, non includono i morti indiretti – fame, malattie, ipotermia – né le migliaia di corpi ancora sotto le macerie o in fosse comuni, impossibili da recuperare per l’assenza di mezzi dovuta al blocco degli ingressi imposto da Israele. È un dato strutturale della crisi: ciò che si conta è già una sottostima. Eppure, mentre i numeri crescono, la percezione pubblica cala.

L’informazione che evapora (dati alla mano)

In Italia, secondo le più recenti rilevazioni sull’ecosistema informativo digitale (Agcom e report di settore 2025), circa il 73% della popolazione – oltre 43 milioni di persone – si informa prevalentemente online, attraverso social network, siti di news e piattaforme video.

È proprio in questo spazio che si registra il dato più significativo: un’analisi su cinque grandi account editoriali italiani, con una platea complessiva di circa 6,3 milioni di follower, mostra che la copertura social su Gaza è crollata dell’84% dopo la tregua.

Il confronto è stato effettuato su tre periodi: settembre 2025 (pre-tregua), ottobre 2025 (firma dell’accordo) e novembre 2025 (fase successiva). Il risultato è netto: la presenza del tema Gaza nei contenuti pubblicati è drasticamente diminuita, fino quasi a scomparire.

Un caso emblematico: uno dei profili analizzati ha pubblicato 240 contenuti consecutivi senza alcun riferimento a Gaza, Cisgiordania o Territori palestinesi. Tradotto: circa 22 giorni di silenzio informativo totale.

Nello stesso arco temporale, sempre secondo il Ministero della Salute di Gaza, almeno 60 civili sono stati uccisi da bombardamenti o operazioni militari israeliane. Non è un calo casuale. È una rimozione selettiva.

La tregua che non esiste (nei fatti)

Secondo ricostruzioni riportate da analisi indipendenti e fonti giornalistiche, tra il 10 ottobre e il 10 novembre 2025 Israele avrebbe violato la tregua circa 700 volte. A fine ottobre si è registrato uno dei picchi più gravi: oltre 70 morti in 24 ore, nonostante l’accordo formalmente in vigore.

Il dato strutturale è semplice: dal giorno della tregua, almeno una persona è stata uccisa quotidianamente a Gaza. Non si tratta di episodi isolati, ma di una continuità operativa. La tregua, quindi, non interrompe la violenza. La redistribuisce nel tempo, abbassando l’intensità percepita ma non la sostanza.

La crisi umanitaria (numeri e condizioni reali)

Le condizioni di vita nella Striscia sono documentate da organizzazioni come Amnesty International e HelpAge International.

I dati parlano di: accesso limitato agli aiuti alimentari, con razionamento diffuso; carenza cronica di medicinali e strutture sanitarie funzionanti; popolazione costretta a vivere in tende o rifugi improvvisati;
esposizione a freddo, piogge, inondazioni e accumulo di rifiuti:

Un elemento particolarmente rilevante riguarda la popolazione anziana: molte persone sono costrette a saltare pasti per garantire cibo ai familiari più giovani. Le cure mediche vengono somministrate in modo intermittente, in funzione delle scorte disponibili. Non è una crisi episodica ma un collasso sistemico.

Il conflitto si allarga, ma scompare

Nel frattempo, la guerra non resta confinata a Gaza. In Libano, secondo dati ufficiali del Ministero della Salute riportati da agenzie internazionali, dal 2 marzo oltre 2.500 persone sono state uccise e più di 7.700 ferite nei raid israeliani. Un secondo fronte aperto, con dinamiche analoghe.

Sul piano geopolitico, un memorandum ufficiale del Dipartimento di Stato statunitense, pubblicato il 24 aprile, ha esplicitato che gli Stati Uniti sono impegnati nel conflitto anche su richiesta di Israele, nell’ambito della “difesa collettiva”. Una formulazione che chiarisce il livello di coinvolgimento reale di Washington. Eppure, anche questi elementi faticano a entrare nel ciclo informativo dominante.

La normalizzazione del silenzio

Il punto finale è questo: la guerra non è finita. È stata resa meno visibile. I dati sono disponibili, le fonti esistono, le dinamiche sono documentate. Ma la loro presenza nello spazio pubblico è intermittente, discontinua, subordinata alle logiche dell’attenzione digitale.

La tregua funziona allora come dispositivo narrativo: riduce la percezione dell’emergenza, abbassa la pressione mediatica, consente una progressiva normalizzazione. Si continua a morire, ma fuori campo.

 

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