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Amnesty International ha pubblicato un rapporto sconvolgente che accusa Israele di aver commesso e continuare a perpetrare un genocidio nei confronti dei palestinesi nella Striscia di Gaza.
Questa accusa, che ha suscitato dibattiti e divisioni a livello internazionale, è basata su un’analisi approfondita delle operazioni militari, delle dichiarazioni politiche e delle condizioni umanitarie nella regione tra ottobre 2023 e giugno 2024, e viene considerata valida anche per i mesi successivi.
La definizione di genocidio e l’accusa di Amnesty ad Israele
Il termine “genocidio” viene sempre più utilizzato da accademici, istituzioni e osservatori internazionali per descrivere la crisi a Gaza.
Tuttavia, nonostante prove schiaccianti e appelli urgenti da parte di chi si impegna concretamente per porre fine a questa tragedia, gran parte dell’Occidente continua a minimizzare, giustificare o negare le atrocità in atto. Questo atteggiamento alimenta un negazionismo che mette in luce profonde contraddizioni morali e politiche.
La Convenzione sul genocidio del 1948 stabilisce che il genocidio include azioni volte a distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Non è limitato alla distruzione fisica totale, ma comprende lesioni fisiche e mentali, condizioni di vita insopportabili e altre forme di persecuzione.
Secondo Amnesty, le azioni israeliane a Gaza soddisfano questi criteri.
Le accuse principali
Il rapporto di Amnesty elenca una serie di azioni che costituirebbero prove di genocidio:
- Distruzione sistematica delle infrastrutture essenziali, come abitazioni, ospedali, scuole, terreni agricoli e reti di distribuzione di acqua ed elettricità.
- Bombardamenti deliberati su obiettivi civili: un’analisi di 15 attacchi tra ottobre 2023 e aprile 2024 ha documentato la morte di almeno 334 civili, inclusi 141 bambini.
- Restrizioni sugli aiuti umanitari, che avrebbero esacerbato fame e malnutrizione.
- Evacuazioni forzate di massa, che hanno colpito il 90% della popolazione, spesso in condizioni inumane.
- Deumanizzazione dei palestinesi da parte di leader politici e militari israeliani.
Nel comunicato, Amnesty afferma che le operazioni israeliane hanno creato una “commistione mortale di malnutrizione, fame e malattie“, paragonabili a una “morte lenta e calcolata”.
La risposta di Israele
Israele ha respinto fermamente le accuse di Amnesty, definendo il rapporto “fanatico” e “falso”. Ha sottolineato che le dichiarazioni incriminate, come quelle del presidente Isaac Herzog o del ministro della Difesa Yoav Gallant, sono state decontestualizzate e che le operazioni militari mirano a colpire Hamas, non la popolazione palestinese. Israele accusa inoltre Amnesty di parzialità e di aver ignorato il contesto più ampio delle operazioni militari.
Il fronte del ‘dissenso’
Israele è attualmente oggetto di accuse di genocidio presso la Corte internazionale di giustizia. Sebbene non sia stata ancora emessa una sentenza, i giudici hanno dichiarato plausibili le accuse. Inoltre, la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità.
In Israele, il giornale di sinistra Haaretz ha denunciato apertamente gli abusi dell’esercito e la situazione umanitaria a Gaza, affrontando gravi ripercussioni. Il governo Netanyahu ha eliminato la pubblicità pubblica e gli abbonamenti statali al giornale, intensificando un clima di repressione verso il dissenso interno.
Critiche significative sono arrivate anche da figure di alto profilo come Moshe Yaalon, ex capo dell’esercito e ministro della Difesa, che ha accusato il governo di praticare una “pulizia etnica di fatto” e di esporre i soldati a possibili accuse di crimini di guerra.
Negazionismo occidentale
Nonostante queste evidenze, gran parte dell’Occidente si rifiuta di riconoscere i fatti come genocidio. Governi, media e intellettuali sono impegnati in un negazionismo sottile ma efficace, ricorrendo a giustificazioni geopolitiche, linguistiche o morali per razionalizzare l’orrore. Le vittime palestinesi vengono invisibilizzate o ridotte a danni collaterali, mentre l’Occidente, intrappolato in narrative tribali ed etnocentriche, evita di confrontarsi con la propria responsabilità. E i palestinesi continuano a morire a migliaia.

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