Milano sotto assedio: la nuova offensiva del governo contro l’autogestione popolare

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Milano è al centro di un’offensiva politica: sgomberi mirati come Leoncavallo e Fornace non colpiscono solo spazi occupati, ma modelli di solidarietà e autogestione. È un attacco sistematico, volto a soffocare alternative popolari incompatibili col neoliberismo autoritario.

Milano sotto attacco: la strategia di smantellamento del sociale

Luca Parodi*

Milano è oggi al centro di una vera e propria offensiva politica e culturale. Ciò che appare come una serie di sgomberi mirati è in realtà un’operazione sistematica, portata avanti da un governo di destra a trazione nazionalista, che punta a cancellare ogni forma di aggregazione autonoma, autogestita e popolare.

La capitale economica d’Italia, cuore pulsante della finanza e dei servizi, non è soltanto osservata speciale dal governo Meloni: è diventata terreno di sperimentazione per una nuova fase repressiva, in cui l’intervento dello Stato non mira al dialogo ma all’annientamento di ogni esperienza sociale non allineata.

L’episodio più emblematico si è consumato lo scorso Agosto, quando il centro sociale Leoncavallo – storica realtà milanese, simbolo di resistenza culturale e politica – è stato preso di mira. Senza preavviso, senza confronto con le istituzioni locali e in pieno periodo estivo, un ingente schieramento di forze dell’ordine in assetto antisommossa ha ricevuto mandato di procedere alla chiusura. Una scelta non casuale: il mese di Agosto, con la città semideserta, è stato sfruttato come finestra ideale per evitare proteste di massa e soffocare ogni reazione.

A distanza di poche settimane, la stessa dinamica si ripropone: questa volta è il centro sociale Fornace di Rho a trovarsi sotto minaccia di smantellamento. Due colpi ravvicinati che lasciano poco spazio all’interpretazione: siamo davanti ad una strategia coordinata, che intende colpire non solo spazi fisici, ma anche il tessuto sociale e culturale che essi rappresentano.

Come socialisti, non possiamo ignorare la realtà: i luoghi occupati da queste realtà erano stati abbandonati per anni, lasciati al degrado e all’incuria da proprietari assenti, mossi soltanto dalla logica del profitto. Aree fatiscenti, dimenticate, diventate fonte di insicurezza per i residenti circostanti, che denunciavano sporcizia e infestazioni.

Eppure, proprio laddove lo Stato e l’imprenditoria hanno fallito, i centri sociali hanno saputo intervenire. Quelle aree sono state ripulite, ristrutturate e trasformate in spazi vivi e inclusivi: corsi di lingua per migranti, doposcuola per studenti in difficoltà, sportelli di assistenza, ambulatori popolari, concerti e attività culturali a prezzi accessibili. Comunità intere hanno trovato un punto di riferimento, un luogo dove la logica del profitto lasciava spazio al principio di solidarietà.

Questa è la vera ragione degli sgomberi: non la legalità, come ipocritamente sostenuto dal governo, ma la volontà di cancellare un modello alternativo, basato sull’autogestione e sulla solidarietà popolare, incompatibile con la visione neoliberista e autoritaria che oggi guida il Paese.

Il parallelismo con il caso della Salis è immediato. Anche lì, una cittadina attiva sul fronte dei diritti e dell’antifascismo si è trovata a essere criminalizzata, colpita non tanto per reati concreti, quanto per la sua appartenenza a un movimento di opposizione sociale e politica. È il medesimo meccanismo repressivo: isolare, delegittimare e colpire chi rappresenta una voce fuori dal coro. Milano si ritrova ad affrontare la stessa logica: ridurre al silenzio esperienze e persone che incarnano un’altra idea di società, più giusta e solidale.

La domanda, a questo punto, è politica: vogliamo una città – e un Paese – consegnati esclusivamente alla rendita immobiliare, al consumo e al profitto, oppure vogliamo difendere e rilanciare spazi di libertà, di cultura e di solidarietà che nessun governo potrà mai ridurre a mera questione di ordine pubblico?

Milano sotto attacco, ma non è sola. Come dimostra il caso Salis, ovunque in Italia la battaglia è la stessa: difendere il diritto delle comunità a costruire dal basso alternative concrete, contro l’omologazione imposta dall’alto. È in questa resistenza che si gioca non solo il futuro dei centri sociali, ma quello stesso concetto di democrazia che, oggi più che mai, appare sotto attacco.

* Forza Lavoro è su: https://forzalavoro.work/

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