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sabato 4 Settembre 2021
BiblosUna storia vera di ordinario delirio proibizionista

Una storia vera di ordinario delirio proibizionista

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Le storie dalla pandemia vere e verosimili di Elena Bibolotti stavolta ci conducono nei meandri del proibizionismo.

Casalfiumanese, Bologna, 20 ottobre 2020. Una pattuglia nota una piantina di cannabis sulla porta di casa di una coppia di cinquantenni incensurati. I due sono subito denunciati. Il Ministro Speranza classifica come sostanza stupefacente l’olio di CBD, dopo una manciata di giorni, a seguito dell’interrogazione parlamentare della Ministra Gilda Sportiello, il Ministro della Salute ritira il decreto. L’Organizzazione no profit #MeglioLegale porta all’attenzione del Presidente della Repubblica Mattarella e del parlamento il caso di Walter de Benedetto, 49 anni, affetto da artrite reumatoide che, visto il rifiuto della USL a prescrivergli la sostanza psicoattiva, l’unica in grado di dargli sollievo come nel caso del glaucoma, è stato denunciato per coltivazione di sostanza stupefacente.

La bontà del virus

Uno dei tormentoni social del primo lockdown fu quello sui pusher disoccupati e i tossici alla canna del gas.

Il fatto è che quando si parla di grandi retate o calamità naturali, come in questo caso, pusher e tossici, parlo di quelli che stanno nel giro grosso, riescono sempre a cavarsela. A sfangarla, come diciamo da queste parti. Dalle periferie i corrieri ci mettono meno di un attimo a saltare sul motorino e a partire per Roma nord, Ponte Milvio, collina Fleming, Cassia, ma anche Prati, centro storico, Parioli. Viceversa a me che ogni due mesi compro cento euro d’erba da fumare a sera, per fingermi entusiasta davanti all’ennesima serie TV e alle letture commosse che mia moglie fa dei propri racconti, a me che l’erba serve per curare il glaucoma e stemperare gli effetti collaterali degli orridi famaci prescritti, ecco, a me, in pieno lockdown, non consegneranno mai nulla a domicilio, a parte le bollette.

Disperato, e su suggerimento di Gisella, decisi di porre rimedio alla carestia acquistando on line tre pacchetti da cinque grammi di erba legale, del tutto priva di sostanze psicoattive ma rilassante. Una volta spesi quei quattrini e apprezzata la sostanza per un paio di settimane, scopro che il CBD è dannosissimo per il glaucoma: Ma tu mi vuoi morto?, urlai contro mia moglie che, meschina, mi aveva già chiesto scusa almeno trenta volte.

Ero nervoso. Ero fuori di me.

Non mi restava che tornare alla buona vecchia Ceres. Un paio di bottiglie e si sarebbe acceso l’entusiasmo per uscire in balcone a cantare assieme a quelle spie ipocrite dei miei condomini.

Finito il lockdown feci un po’ di telefonate: «No, Diego, me spiace assai, ormai se trova sortanto coca, tra l’altro bona e a un ottimo prezzo». «A bello, ma che te credi? Qui stamo tutti a tocchi!». «Nada de nada professò, ripassa come minimo a luglio».

E certo, pensai, i momenti di carestia sono i migliori per i clan per immettere sul mercato roba più forte, così da farci cascare i ragazzini: maledetti.

Una storia vera di ordinario delirio proibizionista (2)

Condannato a un’estate cittadina con brevi puntate nel reatino dai genitori di Gisella, decido di prepararmi alla seconda ondata, prevista per l’autunno, piantando un seme di cannabis autofiorente acquistato on line.

«Chi non sa non vede» mi difesi da Gisella che mi guardava ostile dalla poltrona.

«E poi qui attorno sono tutti anziani».

Gisella fece cenno di no con la testa.

«Facciamo così, ci pianto vicino il Ricino. Tiè, guarda se le foglie non sono simili».

Quando le mostrai l’immagine su Google, Gisella mi parve più possibilista. Mia moglie emana un odore molto particolare quando abbassa gli scudi e si rilassa.

Mentre la ganja cresceva sotto i miei occhi, ebbi numerosi ripensamenti. E fu Gisella stessa, calcolatrice alla mano, a farmi ravvedere dall’idea di abbandonare l’impresa.

«Vero è che più 50 euro al mese non ne fumi, ma per noi sono sempre 600 euro l’anno, ossia un paio di fine settimana in un hotel con centro benessere extralusso in bassa stagione. Sbaglio?».

Poiché il vecchio Anselmo, il cui terrazzo confina con il nostro, trascorreva molto del suo tempo a godersi il sole sulla sedia a sdraio, a pochissimi metri dalla pianta illegale che intanto fioriva emanando effluvi pazzeschi, temetti il peggio. Un mattino, infatti, il vecchio diresse il naso puntuto verso la grata che divideva le nostre due proprietà e mi chiamò: «Diego, mi perdoni, ma lei non lo sente questo aroma persistente, fortissimo, un po’ acre e al contempo dolciastro? Eh? Non lo sente anche lei?»

Negai.

Una storia vera di ordinario delirio proibizionista (3)

Giorni dopo rivolse la stessa domanda a Gisella che, perciò, ebbe l’idea di riempire di aceto alcuni vasetti e collocarli in punti strategici del terrazzino.

«Signor Anselmo, mi perdoni, per caso le dà noia questo odore di aceto? Lo sa, è un ottimo repellente per le zanzare tigre!».

Quel rimedio si rivelò utile anche dopo, quando raccolsi e misi a essiccare i fiori di cannabis in una scatola che collocai in una zona d’ombra sempre sul terrazzino.

«Non se ne parla proprio» risposi a Gisella che mi aveva proposto di piantarne un’altra.

«Così arrivi certamente alla prossima estate, Diego. Dai, abbi un po’ di coraggio, ormai il più è fatto. E poi, come dici tu: chi non sa non vede, e noi siamo due maturi professionisti un po’ tristi e poco vistosi, chi vuoi che sospetti? E poi la legge dice che c’è discrezionalità da parte dell’agente di polizia, e che se anche ti denunciassero per coltivazione illegale, poi, in Cassazione… ».

«La legge la legge… viviamo in un Paese arretrato, mettitelo in testa, un Paese che mette a tacere i suoi poeti e distrugge i territori. Piantala, Gisella».

«Ecco, appunto, io la vorrei piantare!»

Per un paio di giorni non ne parlammo più.

Una storia vera di ordinario delirio proibizionista (4)

«Domani entreremo in fase di luna piena».

«E quindi? Succederà qualcosa che dovrei sapere?» continuando ad affettare il pane.

Gisella distese la tovaglia sul tavolo, spianò le pieghe, incrociò le braccia sul petto e prese a guardarmi.

«Pensa quando a ottobre riscoppierà il casino e tu ti sarai fumato un quarto del raccolto e non si vedrà ancora la fine di questa maledetta pandemia. Entrerai in ansia e ricomincerai con la legalità del Paese e il povero Pannella che riposi in pace, la ‘ndragheta, il rigurgito reazionario, il puritanesimo di facciata, il Vaticano. Dai. Credi sul serio che con tutta la delinquenza che c’è in giro, verranno a prendere proprio te? Incensurato, professore d’inglese ancora non di ruolo a quarantasette anni, sterile, sposato con la stessa donna da vent’anni, privo di patente di guida per eccesso di coscienziosità. Diego mio, ti dovrebbero fare Santo altroché galera».

Mentre Gisella parlava, ebbi la visione terrifica dei droni che volteggiavano sul nostro palazzone a Montesacro, in strada il blu a intermittenza delle volanti, il trambusto per le scale, i pugni alla porta: polizia, aprite polizia!

Nonostante la luna piena, la pianta stavolta veniva su di dimensioni più ridotte. Dopo Ferragosto il sole sembrava fare tutto un altro giro rispetto al nostro terrazzino. A settembre la pianta di Ricino, cresciuta a dismisura sotto il sole leonino, proiettava su di lei un’ombra spessa e oscura. A metà mese mi misi a rincorrere il sole. Con i primi freddi, per fortuna, anche l’Anselmo usciva di rado sul terrazzino, così potevo fare spostamenti tattici senza dare nell’occhio. Almeno quattro ore di sole forte la preziosa ganja riusciva a prenderle. In pochi giorni rinvigorì visibilmente.

In tutto quel darmi da fare ad arieggiare la cannabis essiccata, drenare e nutrire la nuova, seguire la pagine FB sulle ultime leggi folli in materia di coltivazione per uso personale e di vendita di cannabis Legale, uno dei pochi settori in attivo e che impiega migliaia di giovani, non mi accorsi che il virus era di nuovo tra noi, come annunciato, giusto al termine di un’estate di movida incontrollata, aperura di regioni e frontiere, serate in discoteca con mascherina al braccio.

Io, però, mi sentivo finalmente felice. Fuori pericolo. Quel poco che avevo mi sarebbe bastato a superare mesi di DAD, di studenti svogliati, di messaggi dei colleghi fino a notte fonda, d’infinite letture di Gisella, di serie TV e di esperimenti culinari.

Quando la Polizia bussò alla nostra porta, erano le sei del mattino.

I miei movimenti erano dunque stati intercettati.

La spia Anselmo, al soldo dei poteri forti, aveva parlato.

Senza un attimo di esitazione mettemmo in pratica il piano stabilito. In due salti fui sul terrazzino. Agguantai la pianta e la chiusi nell’armadio in stanza da letto assieme all’erba essiccata. Accesi il diffusore al profumo di Eucalipto.

Gisella, che nel frattempo aveva lanciato cuscino e coperta sul divano, andò ad aprire la porta allarmata: «Siete qui per mio marito?».

«Veramente anche per lei, signora».

Gisella mi disse poi, che il poliziotto le aveva mostrato il mandato di perquisizione.

«Ma no ma no… io sono negativa, ho fatto il tampone, ho qui il referto» disse balbettando, fingendosi confusa.

Io, in stanza, tossivo verosimilmente e spernacchiavo nel fazzoletto.

L’uomo fece segno ai tre che lo seguivano di uscire e di attendere fuori la porta.

«Intanto do io un’occhiata in giro».

Accese tutte le luci di casa. Andò in sala, fece il giro del tavolo e si fermò davanti a un brutto quadro dipinto da Gisella nel suo periodo figurativo, venuto dopo il momento teatrale e prima di quello letterario. Ispezionò alcune scansie in cucina. Poi aprì la portafinestra e uscì sul terrazzino. La luce della torcia vagò tra la cassetta degli attrezzi da giardino e quella da ferramenta, sui vasi ben ordinati, sul mio vecchio aquilone appeso alla parete, vessillo di una libertà ormai perduta, sulla bandiera giallorossa arrotolata a un manico di scopa e abbandonata in un angolo, su gerani e roselline, infine, sulla grande pianta di Ricino.

«Ah!» disse soltanto.

Altri colpi di tosse irruppero nel mattino livido d’autunno.

«E da quanti giorni suo marito sta così?»

«Tre giorni»

«La USL che dice?»

«Che è positivo ma sintomatico lieve. Per ora a casa sotto controllo medico. E speriamo che tutto finisca presto».

«Eh già» sospirò l’uomo in divisa.

Gisella, avvolta nella vestaglia, pallida, gli occhi che uscivano dalla mascherina nera grandi grandi per la paura, non poté non suscitare un sentimento di pena e tenerezza nell’uomo.

«Vede, signora, qualche impiccione deve aver scambiato per Marihuana quella bella pianta che tenete lì fuori e ci ha fatto una segnalazione. A proposito, che pianta è?».

«Ricinus Communis» rispose prontamente Gisella.

«Abbia pazienza. Ci scusi ancora per lo spavento e tanti auguri a suo marito».

Una storia vera di ordinario delirio proibizionista (5)

Quando Gisella sentì il rumore delle ricetrasmittenti e degli anfibi allontanarsi giù per le scale, si abbandonò sul divano e scoppiò a ridere. Io ridevo nell’altra stanza, e un po’ piangevo. Piangevo per questo Paese che costringe la brava gente come me, non bevitore, non giocatore d’azzardo, non violento, alla disobbedienza civile e allo sciopero della fame. Quando sarebbe tanto più comodo  acquistare 5 grammi legalmente e pagarci l’IVA, piuttosto che morire di crepacuore e di vergogna.

 

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Tutti i racconti di Elena Bibolotti per Kulturjam.

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Elena Bibolottihttps://bibolotty.wixsite.com/ilmiosito
Si è diplomata alla Silvio d’Amico. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti. È autrice di "Justine 2.0" (2013, Ink Edizioni), "Pioggia dorata" (2015, Giazira Scritture), "Conversazioni sentimentali in metropolitana" (2017, Castelvecchi), "Io e il Minotauro" ( 2020, Giazira Scritture) ->

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