Sono italiani a tutti gli effetti, cresciuti qui, che aspettano solo di essere riconosciuti. Perché la cittadinanza è un diritto non una concessione.
Di Nazlican Cebeci
Perché loro sono italiani, aspettano solo di essere riconosciuti
Quando si parla d’immigrazione si parla di un concetto molto più profondo di ciò che viene descritto dai media e, di certo, di quello che viene esposto dai politici. Strumentalizzare l’immigrazione, purtroppo, mette un velo sulla realtà impedendoci di vedere i veri bisogni legati a questo fenomeno.
L’immigrazione in Italia non è un fenomeno recente. Le prime migrazioni di massa sono cominciate negli anni ’70 e ’80. Con il passare del tempo si sono poi intensificate e diversificate. Secondo i dati dell’Istat, la popolazione straniera nell’anno precedente alla legge del n.91 del 1992 era di 629.165.
Al 1 gennaio del 2021 risultavano registrati 5.035.643 cittadini stranieri residenti nel territorio nazionale, di cui più di un milione minori. Oggi possiamo parlare non solo degli immigrati, ma anche di seconde e/o addirittura di terze generazioni.
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I numeri bastano a mostrare la necessità crescente di una nuova misura sulla cittadinanza, questi però non sono solo numeri. Parliamo di ragazze e ragazzi, bambini ed adolescenti nati o cresciuti in questo paese.
La legge in vigore prevede lo ius sanguinis, ovvero l’acquisto della cittadinanza italiana di diritto alla nascita, se almeno uno dei due genitori è cittadino italiano. Ma la legge di 20 anni fa può rispondere veramente alle esigenze di milioni di minori? Sembra di no.
Bambini ed adolescenti di prime e seconde generazioni non vengono messi al primo posto. Sono costretti a sentirsi estranei. Sono costretti a non realizzarsi come desiderano e di conseguenza sono costretti a non poter dare il massimo anche se lo volessero.
Basta conoscere piccole realtà, fatti secondari ma importantissimi: per esempio dovrebbero ottenere un visto per una gita scolastica all’estero mentre gli altri compagni di classe circolerebbero liberamente.
E quando cresce non può avere una formazione di studi all’estero, d’estate magari, come tanti coetanei, perché deve mantenere l’obbligo di residenza per ottenere la cittadinanza. Deve pensare e ripensare per ogni singola decisione perché deve mantenere il suo permesso di soggiorno anche se non ha mai conosciuto il paese d’origine. Non può partecipare ai concorsi pubblici, deve solo aspettare il traguardo, i 18 anni.
In Italia oggi ci sono più di 5 milioni di stranieri. Tutti qui per contribuire, in un modo o nell’altro, a questo paese. I loro figli, 1 milione di figli, sono i figli dell’Italia ormai, perché sono qui, vivono questa terra nel bene e nel male. Che differenza fa dove sono nati o dove sono nati i loro genitori? Sono qui e rappresentano l’Italia, perché loro sono parte dell’Italia. Aspettano solo di essere riconosciuti.
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