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Nel dibattito pubblico, l’appello a “protestare anche contro Hamas” diventa un alibi per evitare di denunciare Israele. L’unica azione utile è mobilitarsi contro l’occupazione, l’apartheid e le politiche colonialiste, spingendo il nostro governo a uscire dalla linea filo-israeliana.
Non cedere all’equidistanza: protestare contro Israele, non contro Hamas*
Nel magma del dibattito pubblico quotidiano, spesso assistiamo a una retorica consolatoria secondo cui sarebbe “giusto” protestare contro Netanyahu o contro il governo israeliano, ma “bisognerebbe anche protestare contro Hamas”.
Questa posizione, apparentemente neutrale, nasconde tuttavia una mancanza di comprensione storica e morale: una negazione implicita delle responsabilità del potere più forte. Certi “imbonitori” emergono, travolti dagli eventi e animati dalla paura di restare esclusi dal discorso pubblico, per proporre un’equilibrata condanna che pare voler evitare di nominare lo Stato d’Israele come parte attiva ed egemone del conflitto.
Chi invoca l’equidistanza — condannare “anche Hamas” — spesso dimostra il limite di chi rifiuta lo sforzo minimo di capire. È un gesto che rivela “la miseria umana” di chi si ostina a non interrogarsi, a non analizzare la catena storica di torti, discriminazioni, repressioni che ha accompagnato il popolo palestinese.
L’idea che la “via terrorista” sia frutto casuale, scollegato dall’ingiustizia, è un’ingenuità (o un artificio) che tende a livellare vittime e carnefici.
Protestare contro Israele è l’unica protesta che conta
Ma che senso ha, in un momento come questo, proclamare che “bisogna protestare anche contro Hamas”? Negli ultimi giorni abbiamo partecipato a scioperi, mobilitazioni, petizioni: abbiamo richiesto al governo italiano di tagliare ogni relazione diplomatica e commerciale con Israele, di utilizzare ogni leva possibile per opporsi al genocidio in corso, e di impegnarsi concretamente per la nascita dello Stato di Palestina.
Ci si chiede invece: cosa potrebbe fare il governo nei confronti di Hamas? Quale misura concreta suggerirebbe una proposta “contro Hamas” che non scada nel puro slogan? E soprattutto: cosa significa “combattere Hamas” nel contesto odierno?
Israele, giustificandosi con la lotta contro il terrorismo, ha scatenato operazioni che secondo ormai quasi tutti gli organi competenti in merito, si configurano come come genocidio.
La vera strada non è inseguire fantomatiche responsabilità periferiche, ma affrontare le cause strutturali che hanno generato rabbia, disperazione e resistenza armata. Occorre smantellare la realtà dell’apartheid in Cisgiordania, porre fine all’occupazione militare, denunciare il razzismo contro gli arabi, reprimere la mentalità colonialista che sovrintende le politiche israeliane e occidentali.
Ogni protesta e ogni pressione politica degna di questo nome deve rivendicare un cambio radicale nella politica estera italiana: smarcarsi dalla linea ultra-atlantista che fino ad oggi ha favorito lo Stato d’Israele, promuovere solidarietà, giustizia e rispetto del diritto internazionale.
Non è un appello velleitario: qualcosa si muove davvero. Le piazze, le manifestazioni, le mobilitazioni stanno aprendo crepe nella narrazione dominante. È certo poco, rispetto all’enormità della tragedia, ma è un risultato più grande di ciò che potremmo ottenere aderendo alle lusinghe di chi, in malafede o in superficialità, ci invita a condannare anche Hamas — un invito che spesso altro non è che una scorciatoia per ridurre la pressione su Israele.
Il vero bivio è chiaro: o si contribuisce a legittimare indirettamente le politiche di occupazione, o si concentra la propria energia nella lotta contro la potenza dominante che detiene responsabilità politiche, militari e morali. Protestare contro Israele, mobilitarsi per la libertà del popolo palestinese, denunciare con forza il sistema coloniale che perpetua ingiustizia — questa è l’unica protesta coerente che, almeno, può contare su un senso politico e morale.

*Quest’articolo riprende, allarga e analizza alcune riflessioni social del professor Paolo Desogus
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