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Nell’era dei viaggi permanenti nessuno si definisce turista, ma intere città vivono di turismo. Quartieri vetrina, ristoranti “non turistici” e disprezzo diffuso per chi alimenta l’economia locale: il turista è il capro espiatorio perfetto di un sistema che tutti sostengono.
Turisti senza nome: l’ipocrisia globale del viaggio permanente
C’è un paradosso elegante, quasi poetico, nell’epoca dei voli low cost e delle stories geolocalizzate: nessuno si definisce turista. Siamo tutti “viaggiatori”, “nomadi digitali”, “esploratori urbani”. Il turista è sempre l’altro. Quello con la mappa in mano, la macchina fotografica al collo, l’ingenuità stampata in fronte. Noi no. Noi facciamo esperienze autentiche.
Eppure le città del mondo si reggono su un’economia che di turismo vive. Quartieri interi riconvertiti in vetrine, centri storici trasformati in parchi tematici, case popolari convertite in affitti brevi. L’offerta è calibrata al millimetro: brunch instagrammabili, “cucina tipica rivisitata”, negozi di souvenir prodotti in serie dall’altra parte del pianeta ma venduti come artigianato locale. La promessa è sempre la stessa: real life experience. La realtà è un garage adattato a stanza, magari affittato in nero, con vista su un cortile di condizionatori.
Il turismo è la grande industria della simulazione. Ma la cosa più affascinante è il disprezzo diffuso per chi la alimenta. Prova a entrare in un ristorante in una città d’arte e chiedi: “È un posto turistico?”. La parola “turistico” non significa più aperto ai turisti. Significa mediocre, truffaldino, da evitare. È la categoria morale più infamante del lessico urbano. Eppure senza i turisti quel locale non esisterebbe.
L’ultimo anello della catena
Il turista è diventato il capro espiatorio universale. Colpa sua se gli affitti salgono, se le piazze si riempiono, se il caffè costa tre euro in più. Mai colpa di chi specula, di chi deregola, di chi costruisce un’economia monoculturale basata su flussi mordi-e-fuggi. Il turista è l’ultimo anello della catena sociale: non produce, non milita, non appartiene. Consuma e se ne va. È perfetto per essere detestato.
Eppure tutti, ciclicamente, lo diventiamo. Anche chi lo disprezza. È un’identità intermittente, come una malattia che colpisce solo in trasferta. A casa siamo cittadini consapevoli; altrove siamo invasori inconsapevoli. Il giudizio morale si attiva solo quando l’invasione riguarda il nostro cortile.
La verità è che il turismo contemporaneo è un dispositivo economico potente, sostenuto da amministrazioni che celebrano i record di presenze e contemporaneamente lamentano l’overtourism. Si tagliano nastri di nuove strutture ricettive e poi si invoca la tutela dell’autenticità. Autenticità che, nel frattempo, è stata impacchettata e venduta a pacchetti da weekend.
Il paradosso più sottile è linguistico. Tutti vogliono attrarre visitatori, ma nessuno vuole essere classificato come “posto per turisti”. I ristoranti si proclamano “frequentati dai locali”, come se fosse un marchio di purezza antropologica. I negozi vendono “esperienze genuine”, mentre dietro il bancone un dipendente precario serve clienti che non rivedrà mai più. L’economia dell’accoglienza è fondata su un rapporto che simula familiarità e pratica distanza.
Il turismo è dunque una relazione asimmetrica mascherata da scambio culturale. Da un lato chi consuma in pochi giorni ciò che altri vivono in anni; dall’altro chi monetizza la propria città fino a renderla irriconoscibile. E in mezzo un disprezzo diffuso, quasi rituale, verso il turista, figura comoda su cui proiettare ogni frustrazione urbana.
Forse la soluzione non è smettere di viaggiare, ma smettere di mentire a noi stessi. Se un luogo vive di turismo, allora è turistico. Se una città trasforma i suoi abitanti in comparse per visitatori, il problema non è chi arriva con la valigia, ma chi ha deciso che quella valigia fosse il motore dell’economia. Continuare a fingere che i turisti siano sempre “gli altri” è l’ultima illusione di un mondo che si sposta continuamente senza sapere più dove abita.

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