L’idea di pace, mai così calpestata e sbeffeggiata come in questi mesi, si è persa irrimediabilmente insieme alla memoria di ciò che l’ha prodotta in Europa.
La pace calpestata
“Vi supplico di credere che è la verità” (Lee Miller a Dachau).
Tre generazioni in pace in Europa evidentemente sono state un’eccezione. Si torna alla storia, al sangue, alle guerre. Non che in questi 70 anni non ce ne siano state.
Ma le facevano gli altri, le combattevano al più gli americani e avvenivano su suoli lontani, sulla pelle di bambini, donne, uomini dalle sembianze assai diverse dalle nostre.
A loro era destinato il napalm americano che sulle note della Cavalcata delle Valchirie di Wagner, in Apocalypse Now, cancellava villaggi di capanne di fango e vite umane.
Ci spaventava di più una pellicola vista da bambini, con Gregory Peck: L’ultima spiaggia (“On the beach” di Stanley Kramer) ebbe un effetto devastante su di noi perchè lì era il mondo ad essere cancellato dalla follia del conflitto nucleare. Il mondo, perciò anche noi.
Temo molti l’abbiano dimenticata quella paura. Tra questi non c’è solo Putin ma anche Biden, che continua a dargli del criminale di guerra e parlare di vittoria, ben sapendo che così chiude ogni sbocco ad una trattativa e apre a due soluzioni terribili: la guerra totale e quindi atomica o il protrarsi di un conflitto locale con il graduale sterminio degli ucraini.
Resto convinto che si debba trattare con chiunque, quando il rischio è quello che ho descritto. Ma nel contempo penso che si sia persa irrimediabilmente memoria di ciò che ha prodotto la pace in questi decenni in Europa: il mostruoso fungo di Hiroshima, l’orrore per la possibile fine dell’umanità.
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