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L’Italia è sempre più supinamente una colonia americana: basi militari ovunque, sudditanza diplomatica e acquisti d’armi in dollari. Mentre Francia e altri paesi provano a difendere la propria autonomia, Roma si piega docilmente a Washington dimenticando cosa significhi sovranità nazionale.
Italia colonia a Stelle e Strisce: capito Giorgia?
Cari compatrioti, preparate i fazzoletti: non per asciugare le lacrime di commozione davanti alla bandiera a stelle e strisce, ma per soffiarvi il naso dopo l’ennesima umiliazione. Possiamo dirlo senza paura di smentita: l’Italia sta agli Stati Uniti come la Bielorussia sta alla Russia. Anzi, forse stiamo peggio. Perché Aleksandr Lukašenko, tutto sommato, non si fa dare il bacino sulla fronte da Vladimir Putin durante le parate, e dubito fortemente che aspetti il via libera del Cremlino per rilasciare una dichiarazione. Noi invece sì.
Noi siamo i bravi cagnolini che scodinzolano quando il padrone fischia.Non abbiamo una politica estera. Ce l’hanno loro. Il ministro degli Esteri? Scelto a Washington con la stessa cura con cui si sceglie il gusto del gelato: “Oggi Tajani, domani pistacchio, l’importante è che sia made in USA”. E poi c’è la questione militare: siamo occupati. Occupati sul serio, non con le figurine. Abbiamo più basi americane che pizzerie a Napoli.
E i soldati a stelle e strisce godono di uno status che farebbe invidia a un console romano nell’antichità: praticamente intoccabili. Ricordate il Cermis? Quel piccolo incidente del 1998 in cui un aereo militare USA tranciò la funivia uccidendo 20 persone. Risultato? I piloti se la cavarono con una pacca sulla spalla e una multa da autovelox.
E non è un caso isolato: aggressioni, stupri, incidenti stradali… i militari americani in Italia sembrano giocare a Grand Theft Auto nella modalità “senza conseguenze”. Se provi a processarli, ti arriva una telefonata da Fort Bragg: “Ehi, amico, non esageriamo, ok?”. E noi, ligi, abbassiamo la testa. Perché, come diceva Totò, “Qui comando io… ma se comandi tu, comandiamo insieme”. Qualcuno obietterà: “Ma la NATO! Le basi servono per la difesa comune!”. Ah, certo. Peccato che la Francia, membro fondatore della NATO, non abbia una sola base americana sul suo territorio dal 1966, quando De Gaulle mandò gentilmente a quel paese gli yankee con un “merci, mais non”. E indovinate un po’? Parigi riesce comunque a avere una politica estera, un po’ schizzofrenica ma con Macron è normale, a vendere Rafael in giro per il mondo e a fare la voce grossa quando serve. Noi invece no. Noi dobbiamo chiedere il permesso persino per cambiare il menù della mensa NATO.
E oggi, ciliegina sulla torta, il ministro Crosetto è volato oltreoceano a fare la spesa: carrelli pieni di armamento americano da spedire in Ucraina. Perché, si sa, quando c’è da spendere miliardi, meglio farlo in dollari che in euro. È come andare al supermercato e riempire il carrello di Coca-Cola invece dell’acqua di rubinetto: costa di più, fa male, ma vuoi mettere il branding?Insomma, è ora di smetterla di fare i servi della gleba con l’accento romano.
Servirebbe un partito, uno vero, non i soliti sovranisti da operetta che sbraitano contro l’Europa ma si inchinano a Washington, che metta nero su bianco: chiusura delle basi USA, fine dell’occupazione militare, politica estera italiana (sì, esiste, è quella cosa che fanno gli Stati sovrani). Un partito che dica chiaramente: “Grazie per il piano Marshal, ma sono passati 80 anni, ora paghiamo noi il conto al ristorante”.
Agli italiani che adorano inginocchiarsi davanti al presidente USA di turno, ieri Biden, oggi Trump, domani chissà, magari un influencer con 50 milioni di follower, ci sono già il PD e Fratelli d’America (pardon, d’Italia). Per tutti gli altri, quelli che ancora credono che un Paese si chiami “sovrano” e non “colonia con vista mare”, è ora di alzare la testa. E se proprio dobbiamo avere un padrone, almeno scegliamolo con un bando di gara pubblico. Magari arriva un’offerta migliore dalla Cina. O dalla Svizzera. Loro almeno ci darebbero il cioccolato gratis.

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