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Mentre cresce la repressione del dissenso pro-palestinese, le élite italiane si affrettano a difendere chi rappresenta e tutela il potere israeliano (come nel caso dei fischi a Emanuele Fiano). La critica a Israele diventa tabù, l’antisemitismo uno strumento retorico, e la libertà di parola una vittima collaterale.
Il nuovo conformismo: quando la critica a Israele diventa un rischio e la solidarietà un riflesso automatico
Non bastavano i grandi quotidiani schierati, le redazioni fotocopia, gli opinionisti pronti a recitare all’unisono la liturgia dell’ortodossia. Ora anche le cosiddette élite culturali sembrano gareggiare nel mostrare solidarietà verso chi, nel contesto di una guerra di sterminio come quella attuata dallo Stato israeliano nei confronti dei palestinesi, rappresenta il potere e non certo la vulnerabilità.
È bastato che un gruppo di studenti, con uno striscione e qualche fischio, contestasse l’intervento universitario di Emanuele Fiano perché partisse la corsa al sostegno istituzionale e mediatico.
Come accadde in passato con Maurizio Molinari, quando perfino il Presidente della Repubblica espresse solidarietà, il meccanismo si ripete: un episodio marginale diventa l’occasione per rinnovare la retorica del pericolo “antisemita”, che in Italia assume spesso la forma di un automatismo ideologico più che di un reale allarme sociale.
L’invocazione costante alla difesa contro l’antisemitismo, pur necessaria nei contesti in cui sussistono discriminazioni effettive, rischia di essere strumentalizzata per neutralizzare ogni dissenso verso la politica israeliana. La confusione deliberata tra critica a Israele e odio verso gli ebrei serve a tracciare una linea invalicabile, dove chi non si allinea viene accusato di intolleranza o sospinto ai margini del dibattito pubblico.
Criticare Israele è diventato un tabù
Nel frattempo, chi osa criticare le operazioni militari di Tel Aviv o la gestione della crisi umanitaria a Gaza paga un prezzo altissimo. Nelle piazze italiane non si contano più le cariche contro i manifestanti pro-palestinesi, spesso giovani, studenti o semplici cittadini indignati.
In molti casi, le conseguenze si estendono oltre la sfera pubblica: docenti, giornalisti, medici e professionisti che hanno espresso posizioni scomode sono stati oggetto di campagne diffamatorie, sospensioni o richiami disciplinari.
La repressione del dissenso si traduce così in una forma di intimidazione silenziosa, resa ancora più efficace dalla complicità dei media mainstream e dai meccanismi digitali che amplificano la narrazione ufficiale.
Gli episodi di violenza fisica non sono mancati: basti pensare all’aggressione subita da Chef Rubio, uno dei pochi personaggi pubblici italiani a esporsi apertamente e brutalmente – anche con eccessi verbali – in favore della causa palestinese. Un pestaggio che ha suscitato più ironie che condanne, segno evidente di quanto sia radicato il riflesso condizionato del “difendere i difensori del potere”.
La vera emergenza, dunque, non è un antisemitismo immaginario, ma l’impossibilità crescente di esercitare la libertà di parola senza temere conseguenze personali. Il dissenso è stato medicalizzato, ridotto a patologia da estirpare. E nel frattempo la retorica della “solidarietà ai più forti” diventa lo strumento con cui gli intellettuali e i politici conservano le proprie posizioni, ripulendo la coscienza a colpi di comunicati stampa.
Ciò che viene spacciato per “lotta contro l’odio” appare sempre più come un’operazione di facciata: una maniera elegante per giustificare la censura e mettere a tacere ogni voce critica. In questo clima, chi parla di diritti umani in Palestina viene trattato come un provocatore, mentre chi invoca equilibrio e moderazione diventa automaticamente una figura “responsabile”.
Il risultato è un conformismo travestito da civiltà, un meccanismo in cui la solidarietà selettiva e la paura di perdere privilegi hanno sostituito il coraggio dell’analisi. L’Italia, ancora una volta, mostra la sua propensione storica a correre in soccorso del più forte, mentre il fragile diritto alla critica affonda nel silenzio generale.

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