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Foibe e distorsioni della propaganda: Meloni chieda perdono per quel che ha fatto Mussolini

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Foibe, Giorgia Meloni alla cerimonia di Basovizza per il ricordo delle vittime: “Qui a chiedere perdono per il colpevole silenzio”. Ma doveva chiedere perdono per i crimini del fascismo che ha causato gli orrori sul confine orientale. Invece con spudoratezza è andata a chiedere perdono in nome della Repubblica antifascista per responsabilità inesistenti.

Foibe, Meloni chieda perdono per quel che ha fatto Mussolini

Nella controversa vicenda tragica delle Foibe la Repubblica italiana andrebbe criticata per non aver perseguito e condannato all’ergastolo i responsabili dei crimini fascisti consumati in Jugoslavia e contro la minoranza slovena e gli antifascisti nel territorio italiano.

Nessun italiano iscritto nella lista dei criminali di guerra stilata dalle Nazioni Unite (750 per la Jugoslavia) fu mai processato. Furono riciclati – come in generale i fascisti – dagli americani per la guerra fredda. Di questo bisogna chiedere perdono!

Come ha scritto lo storico Davide Conti: “Molti criminali di guerra assumeranno ruoli apicali negli apparati della Repubblica. Diverranno questori, prefetti e uomini dei servizi segreti e saranno implicati in vicende tragiche e decisive della storia nazionale dalla strage di Portella delle Ginestre a quella di Piazza Fontana fino al golpe Borghese. IL «SILENZIO» sulle foibe (in realtà nel 1945 vennero istruiti alcuni processi ed emesse condanne) non fu il risultato di una trama omissiva delle sinistre italiane. Ad evitare la riapertura di quella pagina furono i governi De Gasperi nella consapevolezza che sollevare la questione avrebbe comportato per l’Italia l’obbligo di rispondere sia per i crimini perpetrati in Jugoslavia, Albania, Grecia, Libia, Etiopia, Urss e Francia sia per i risarcimenti economici fissati proprio il 10 febbraio 1947 con la firma del Trattato di Pace di Parigi.”

Ha avuto la prima presidente del consiglio fascista della nostra storia repubblicana la spudoratezza di non andare neanche alla Risiera di San Saba perché altrimenti sarebbero tornati alla memoria i crimini di cui fu responsabile il fascismo.

Non è un caso che l’unico campo di sterminio in territorio italiano si trova a Trieste e che qui nel 1938 Mussolini annunciò le leggi razziali.

Ricordo alla presidente che durante l’impero austroungarico italiani, sloveni e a Trieste decine di altre nazionalità e lingue convivevano pacificamente.

Fu il fascismo a introdurre la violenza con l’italianizzazione forzata dagli anni ’20. Già nel 1920 Mussolini vantava la forza dello squadrismo nella Venezia Giulia che fu il punto di riferimento di un blocco sociale nazionalista che andava dai militari ai giudici, dalla piccola borghesia alla grande proprietà terriera.

Lo squadrismo fascista il 13 luglio 1920 assaltò la sede della Narodni Dom (Casa del popolo della comunità slovena) a Trieste incendiando l’intero palazzo (l’Hotel Balkan) e anche quella di Pola.

Mussolini espose il suo programma razzista a Pola il 22 settembre 1920: «Di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone io credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani». Giustamente Primo Levi ricordava che il fascismo è stata un’invenzione italiana che come metastasi si diffuse in Europa. Hitler si considerava allievo di Mussolini.

L’incendio e la devastazione del Narodni Dom segnò l’inizio di una violenta e sistematica politica di oppressione etnica del fascismo triestino e giuliano contro la minoranza slava, slovena e croata (500.000 persone entro i confini italiani) con l’obiettivo della snazionalizzazione e dell’ italianizzazione forzata nella Venezia Giulia.

Chi per primo ha teorizzato la pulizia etnica e l’esodo forzato in quei territori fu Mussolini:
«quando l’etnia non va d’accordo con la geografia, è l’etnia che deve muoversi; gli scambi di popolazioni e l’esodo di parti di esse sono provvidenziali perché portano a far coincidere i confini politici con quelli razziali».

Il “genocidio culturale” iniziò attraverso la proibizione dell’uso delle lingue slovena e croata negli uffici pubblici.

Nei negozi e nei locali pubblici venne proibito l’uso delle lingue locali: l’infrazione di queste imposizioni poteva portare alla perdita della licenza commerciale. Il controllo affidato alle squadracce fasciste, che con quelli che definivano “metodi persuasivi” facevano rispettare

“il divieto assoluto
che nei ritrovi pubblici
e per le strade si canti o si parli in lingua slava.
Anche nei negozi di qualsiasi genere
deve essere una buona volta adoperata
SOLO LA LINGUA ITALIANA”.

Furono cancellate le insegne pubbliche e le indicazioni stradali, i nomi dei paesi e delle città, delle località geografiche vennero italianizzati. Fu proibito l’uso dei toponimi sloveni e gli uffici postali smisero di inoltrare la corrispondenza se i nomi delle località fossero stati scritti in sloveno o croato. Vennero proibite le scritte slave sulle pietre tombali, persino quelle sulle corone di fiori.

Per i cognomi si giunse all’italianizzazione forzata con il Regio Decreto del 7 aprile 1927. Venne rapidamente eliminato l’insegnamento della lingua slovena e croata dalle scuole elementari e medie; i maestri slavi vennero sostituiti da maestri italiani. Subirono violenze persino i sacerdoti cattolici se si ostinavano a officiare in lingua slovena. Fu avviato un programma di espulsione dei contadini slavi dalla terra.

La “guerra contro lo slavismo” divenne l’aspetto politico maggiormente caratterizzante e anche più appariscente del cosiddetto “fascismo di confine”, in grado di rispecchiare la politica aggressiva del fascismo verso i Balcani che ebbe modo di scatenarsi con la Seconda Guerra Mondiale.

Quella scatenata dal fascismo, alleato del nazismo, nel 1941 fu “guerra totale” a questo scopo. Il generale Mario Robotti, comandante dell’XI corpo d’armata, che nell’estate del 1942 decretò l’invio in “campi di prigionia” dei maschi tra i 18 e i 55 anni trovati in località isolate: «Internare tutti gli sioveni e mettere al loro posto degli italiani (famiglie dei feriti e dei caduti italiani). In altre parole far coincidere i confini razziali con quelli politici».

Per una rassegna di direttive dei generali italiani consiglio di leggere “qui non si fucila abbastanza“.
Le stime delle vittime jugoslave dell’esercito italiano – fascista – dal 1941 va dalle 100.000 alle 300.000.

Nella sola Slovenia furono distrutti 250 paesi, incendiate città, massacrati anziani,
donne, bambini. Italijanski palikuci (italiani brucia case) gridavano i civili quando nel 1941 le truppe del regio esercito e i «battaglioni M» (M stava per Mussolini) invasero la Jugoslavia per concludere l’occupazione dei Balcani avviata con le aggressioni di Albania e Grecia nel 1939-40.

Nella zona occupata della Slovenia si stimano in 4.000 gli ostaggi fucilati, 1903 quelli torturati e 70.000 i deportati.

Su un calcolo approssimativo di 45.000 deportati da tutta l’Italia nei lager nazisti, i soli deportati dai territorio della Adriatische Kustenland, cioè della Venezia Giulia occupata ed annessa al Terzo Reich, secondo gli storici, furono 8.822, uno su cinque.

Nel campo di concentramento della sola “isola della morte” di Arbe sono state calcolate 1500 vittime. Gli storici sloveni stimano in 111.000 i morti fra gli internati jugoslavi nei campi italiani. 15.000 slavi furono internati ad Arbe, 4.000 a Gonars, 4.000 a Visco, 1.000
a Sdraussina, tanti altri in provincia di Arezzo, Treviso, Padova, Frosinone. Dal ’41 al ’43 naturalmente furono colpiti anche gli ebrei in quei territori.

Su 123 convogli partiti da tutta Italia verso i campi di sterminio, 74 partirono dalla Adriatische Kunstenland. Su 43 convogli a livello nazionale di soli deportati ebrei, 22 partirono dallo stesso territorio.

L’azione del regime fascista aveva l’intento di arrivare alla bonifica etnica della Venezia Giulia. Stime jugoslave calcolano in 105 mila gli sloveni ed i croati che andarono
via dalla Venezia Giulia, in gran parte uccisi.

L’occupazione nazifascista della Jugoslavia costò la vita a circa 1.706.000 morti, pari al 10,8% della popolazione totale. Di questi, la stragrande maggioranza era rappresentata da vittime civili giacché, secondo le stime ufficiali jugoslave le perdite tra i combattenti inquadrati nelle formazioni partigiane ammontarono complessivamente a 306.000 uomini e donne.

Come Partito della Rifondazione Comunista rivendichiamo con orgoglio di non aver votato la legge istitutiva del #giornodelricordo avendo previsto che avrebbe legittimato il revisionismo storico e la narrazione dei neofascisti sulle vicende del confine orientale.
Nelle scuole nel “giorno della memoria” si demonizza ogni anno la Resistenza jugoslava – l’unica che sconfisse Hitler e Mussolini da sola – e si trasforma Tito in un mostro.

Le foibe sono un’invenzione fascista“, come scrisse il grande scrittore jugoslavo Predrag Matvejević in un articolo che dovrebbero andare a rileggere gli esponenti del governo ma anche del centrosinistra (che votò a favore della legge!) che ripetono come pappagalli una versione della storia unilaterale, distorta e spesso letteralmente inventata.

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Maurizio Acerbo
Maurizio Acerbo
Segretario nazionale di Rifondazione Comunista- Sinistra Europea. Attivista, agitatore culturale. Comunista democratico, libertario e ambientalista. Marxista psichedelico.

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