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Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato il decreto sulla leva primaverile per il servizio militare in Russia. Il documento, pubblicato sul portale ufficiale, a quanto riferisce la Tass, prevede l’arruolamento “dei cittadini russi di età compresa tra i 18 e i 30 anni, non in riserva e idonei alla coscrizione, tra il 1° aprile e il 15 luglio 2024, per un numero di 150.000 persone”. Il decreto prevede anche il congedo di soldati, marinai, sergenti e sottufficiali il cui periodo di leva è scaduto. Questa la notizia, senza commenti o ipotesi, che trovate su alcune agenzie di stampa, rilanciata su tutte le maggiori testate nazionali negli ultimi giorni.
Ma nel passaggio ai grandi quotidiani qualcosa cambia. Arrivano le interpretazioni, le sottolineature, che trasformano la notizia. Per esempio prendiamo la “Repubblica”, che è sempre particolarmente ‘sensibile’ quando si tratta della cronaca d’oltre cortina.

Putin e il nuovo ‘arruolamento obbligatorio’ *
Sempre Putin. Che ha fatto stavolta? Nientedimeno, “ha firmato un decreto per l’arruolamento obbligatorio nelle forze armate” per 147.000 cittadini russi fra i 18 e i 30 anni che “saranno arruolati e inviati presumibilmente a combattere in Ucraina“.
In realtà non saranno arruolati ma mandati a fare quella che ai tempi miei si chiamava “leva” o “servizio militare” (o anche “naja”), visto che in Russia c’è appunto il servizio militare, però effettivamente chiamarlo “arruolamento obbligatorio” fa tutto un altro effetto.
Né, ovviamente, saranno mandati a combattere in Ucraina, perché lì ci sono i volontari e i professionisti, né è chissà quale grande novità visto che il decreto in questione viene firmato ogni anno, essendoci appunto ogni anno la leva.
Però così il lettore resta con l’impressione che la Russia ha finito i soldati e deve arruolare i ragazzini per mandarli al fronte, ovviamente senza addestramento e con le pale al posto dei fucili. Ma i suddetti ragazzini sono così temibili che l’Europa tutta intera deve entrare in economia di guerra al più presto, altrimenti arrivano in Portogallo. Va bene.
Stop making sense era un live dei Talking Heads, non un invito ai nostri giornalisti.

* Ripreso da Francesco Dall’Aglio ricercatore dell’Istituto di Studi Storici dell’Accademia delle Scienze di Sofia (Bulgaria).
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