Durante la prima omelia dell’inizio del pontificato di Benedetto XVI, il Papa chiese ai fedeli di pregare per lui affinché non fuggisse “davanti ai lupi“. Presagio e conoscenza della realtà.
La parabola di Benedetto XVI, il papa shakespeariano
Ci vorrebbe Shakespeare per raccontare come si deve il pontificato di Benedetto XVI, lo Shakespeare delle grandi tragedie storiche ambientate nel macello di crudeltà e tradimenti della Guerra delle Rose.
Un uomo intelligente, sensibile, mite e buono che contro le sue inclinazioni e i suoi desideri viene messo sul trono.”Uneasy lies the head that wears a crown”, e lui portava il Triregno, simbolo delle tre autorità del Papa, come padre dei principi e re, rettore dell’orbe, vicario di Cristo.
Intorno a lui, una muta di lupi, più cosche mafiose di gente che non arretra davanti a nulla perché a nulla crede tranne il potere. Shakespeare non ce l’abbiamo. Nel nostro piccolo possiamo fare un’analogia con due film molto belli, “Il Padrino” parte prima e seconda.
Raccontano la storia di un figlio, intelligente, sensibile, mite, che la forza delle cose costringe a prendere il posto di un padre che è il re di un piccolo regno criminale; e che di nuovo la forza delle cose costringe a divenire un criminale e un assassino anch’egli, peggiore del padre che ha sostituito, a perdere tutto quello a cui teneva di più, e persino a uccidere il fratello: a perdere tutto, tranne la corona.
Ecco: proviamo a immaginare come cambierebbe la storia de “Il Padrino” se quel figlio, interpretato da Al Pacino, si rifiutasse, o non fosse moralmente e materialmente capace, di combattere contro i suoi nemici con le loro stesse armi. Forse un’idea di che cosa ha vissuto papa Ratzinger ce la potremmo fare.
Ma ecco che cosa ne dice, magistralmente, il professor Leonardo Lugaresi.
“Ora che è morto, dobbiamo parlar chiaro: gli otto anni che seguirono sono stati quelli di uno dei pontificati più grandi e più tragici dell’intera storia della chiesa. Uno dei più grandi, perché raramente c’è stato, dalla cattedra di Pietro, un magistero così alto, profondo e persuasivo nella sua sublime intelligenza del mistero cristiano. Benedetto XVI va annoverato, sotto questo profilo, tra quei Padri della Chiesa che egli ha tanto amato. Ma anche uno dei più tragici, perché – al netto dei molti errori di governo che da uomo inadatto al governo egli compì, primo fra tutti la scelta infelicissima del segretario di stato – la questione che quel pontificato pone alle nostre coscienze, e che oggi dovrebbe bruciarci!, è semplice e tremenda: lui nella sua vita ha sempre ubbidito, ma noi, quando a lui è toccato di fare il papa, noi gli abbiamo ubbidito? C’è una sola risposta onesta: no. È inutile, ed anche un po’ squallido, edulcorare ora, negli elogi funebri, la tragicità di quella scelta. Molto meglio stare di fronte, con serietà, al fallimento, e alla nostra responsabilità, per trarne un insegnamento.”

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