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venerdì 3 Settembre 2021
AgoràL'eterna disfida: carnivori vs vegetariani

L’eterna disfida: carnivori vs vegetariani

L’Italia di guelfi e ghibellini, Coppi e Bartali, DC-PCI, non poteva che dividersi anche a tavola: carnivori vs vegetariani. Achtung! Satira

Carnivori vs vegetariani

Già molto prima che si affermasse il bipolarismo (inteso come sistema elettorale, non come nevrosi) in Italia si era storicamente radicata una incoercibile tensione a dividersi in fazioni opposte: guelfi-ghibellini e poi guelfi bianchi-guelfi neri, polentoni-terroni, Coppi-Bartali, DC-PCI, garantisti-giustizialisti, e così via, il tutto con adesione acritica al clan più che alle teorie, e sempre con toni da derby calcistico.

Non poteva sfuggire alla regola il dualismo vegetariani vs carnivori, categorie alle quali viene dedicata una parodia equanime.

L'eterna disfida: carnivori vs vegetariani • Kulturjam

Vegetariani

Per millenni l’uomo ha patito la fame, il nostro corpo è programmato per accumulare sotto forma di tessuto adiposo le calorie ingerite e non consumate, e ciò per fare fronte ai periodi di sottoalimentazione: per capirci, chi tende a ingrassare facilmente ha un organismo efficiente dal punto di vista evoluzionistico (ma, per inciso, inutile oggidì, perché non potrà farsi i selfie allo specchio mostrando l’addome a tartaruga con l’elastico delle mutande abbassato in zona pubica).

Solo di recente la rivoluzione industriale e la meccanizzazione dell’agricoltura hanno reso disponibile per tutti cibo abbondante ed economico (sì, ci sarebbero quegli 800 milioni di individui -dati UNICEF- che soffrono la fame in Africa, Asia e Sudamerica, ma non distraetemi con queste bagatelle che già tendo a divagare di mio).

Se prima era solo una ristrettissima quota della popolazione, appartenente alle classi agiate, a poter imbandire la tavola con una grande varietà di cibi, con il contributo della globalizzazione del commercio anche il più umile subalterno può concedersi un desco più diversificato di quello del Re Sole (sempre che abbia l’ardire di comprare tartare e salmone fresco al discount).

Ma il benessere materiale non sempre si accompagna a quello mentale, anzi spesso genera deviazioni comportamentali ai limiti del disturbo della personalità, che affliggono un numero sempre maggiore di soggetti.

Fra questi vanno senz’altro annoverati i vegetariani, termine col quale d’ora in avanti indicheremo anche tutte le sue varianti: vegani, fruttariani, ecc.

L’evidenza empirica ci mostra come questo disturbo sia diffuso prevalentemente tra le donne. Il che non deve stupire, giacché esse hanno una naturale propensione alla irrazionalità, come si può evincere dall’ingente numero di paia di scarpe di foggia balzana che acquistano e indossano. Ebbene, la loro tendenza alla sperimentazione (termine da intendersi in senso assolutamente non scientifico) si estrinseca anche in abitudini alimentari singolari.

Da un lato nei menu ristoranti esistono pietanze inutilmente complicate che sono chiaramente orientate al gusto femminile, con nomi dei piatti lunghissimi e porzioni piccolissime, di modo che ci vuole più a pronunciarli che a ingerirli. Dall’altro c’è un vasto numero di cibi che le donne escludono dalla loro alimentazione (troppo grassi, troppo piccanti, troppo salati, alcolici troppo forti) e di lì a eliminare la carne è un attimo.

In questa decisione sono facilitate dalla loro complessione esile, che necessita un minore apporto di nutrienti rispetto all’uomo (non foss’altro per il dispendio energetico che quest’ultimo deve patire per procacciarsi un accoppiamento, per dire).

E, se fino a qualche decennio addietro la società patriarcale comprimeva e occultava questa tendenza classificandola fra gli isterismi, l’acquisita e riconosciuta parità di diritti e di dignità ha rotto gli argini, con la conseguenza che anche gli uomini -per le necessità di seduzione sopra citate, o perché anch’essi hanno la testa confusa- aderiscono alla pratica.

Ora, chiunque abbia visto un macello suino in cui gli animali, costretti in un passaggio largo appena quanto loro, vengono arpionati vivi per le orbite con un doppio uncino, non può che convenire sul fatto che si tratti di sofferenze ingiustificabili in un’epoca di abbondanza. Purtuttavia i vegetariani non lo fanno perché amano gli animali, ma perché la società occidentale ha perso i riferimenti costituiti dalle religioni cristiane e dalle grandi ideologie di massa, e le sostituisce con superstizioni che, spacciate per nobili scelte di vita, non è più considerato disdicevole ostentare.

Peraltro che amino gli animali è discutibile, dal momento che spesso sono proprietari di bestiole domestiche che, per l’appunto, tengono chiuse in casa e portano fuori al guinzaglio, gli danno nomignoli orribili  e nutrono con crocchette e scatolette (fortunatamente mia moglie mi ama molto meno di così).

Il tutto poi diventa principalmente un grande argomento di conversazione salottiera: con gli altri vegetariani si scambiano indirizzi di posti dove c’è il seitan migliore; agli onnivori si magnificano le ragioni della propria scelta, ottenendo l’unico risultato di fare apparire meno fastidiosi i Testimoni di Geova che la domenica mattina cercano di appiopparti l’ultimo numero de La torre di guardia.

Insomma, il 9% circa della popolazione italiana crede che si possa vivere di granaglie, legumi e semi, poi non dobbiamo meravigliarci se c’è chi vota Italia Viva.

L'eterna disfida: carnivori vs vegetariani • Kulturjam

Carnivori

Ed ecco i veri uomini, quelli che non si piegano alla deriva relativista e affermano con forza l’antropocentrismo, frutto del grande disegno della Creazione oppure del risultato dell’evoluzione, che pone l’Uomo in posizione di primazia nei rapporti di forza con gli esseri viventi.

Oddio, a vederli non è che si abbia l’impressione di trovarsi al cospetto di sottili teologi o arguti filosofi laici: ventri prominenti, barbe folte, qualche pantalone mimetico, sono soliti riunirsi in simposi presso ristoranti dai nomi evocativi quali Morte alla vacca, ‘O piecoro sguarrato, El gallastron scana’. Qui mostrano l’un l’altro la loro valentia, da misurarsi con la quantità di carne che si riesce a ingerire nel giro di un paio d’ore.

Il rituale è preceduto da rozze formule di invocazione: “Sotto le tre dita è carpaccio”, “Meno di tre etti non si chiama bistecca ma fettina”, “CICCIA!”. Inoltre, se il locale ha la brace a vista, essa viene guardata con ingenua ammirazione pur essendo una tecnica risalente al Paleolitico (caso mai bisognerebbe stupirsi di fronte ai fornelli a gas e alle piastre a induzione).

Si passa poi al bancone refrigerato dove ciascuno sceglie il suo pezzo di carne, gareggiando coi sodali a chi chiede la cottura più al sangue (evidentemente si assegna anche il premio speciale della giuria intitolato a Vlad II). Salumi per antipasto, pasta alla carbonara o al ragù, qualche arrosticino per contorno, e in un pasto ingeriscono la quantità di proteine che gli abitanti di Hamdallaye, Niger assumono in una settimana (tutti gli abitanti messi insieme, non pro capite).

Il fatto curioso non è tanto che questi po’ po’ di maschioni raramente siano in compagnia femminile (le donne sono giustamente disgustate dalla loro alimentazione, e probabilmente anche dalle loro persone tout court), quanto che molti di loro inorridiscano al pensiero di mangiare qualcosa che non sia muscolo: di fronte alle frattaglie fanno bleah come gli impuberi, e qualcuno non mangia nemmeno il grasso della bistecca.

Questa pessima educazione alimentare dipende anche dalle mamme italiane che fanno la spesa: dopo il boom degli anni ’60 i consumi si sono sempre più spostati verso fettine di esangue vitello, filetto, hamburger, petto di pollo. Il risultato è che persino nelle macellerie di Roma il cosiddetto quinto quarto, cioè le frattaglie, ormai si trova solo su ordinazione.

Al di là delle questioni ambientali ed etiche poste da una zootecnia costretta a buttare via tonnellate di materiale altamente nutritivo (e di sapore sopraffino, a parere di chi scrive), c’è da dire che, se il cibarsi di carne è la misura della virilità, questi sedicenti carnivori devono avere erezioni commisurate al loro gusto: cioè delicate e fiacche.

Per corroborarle, a costoro va imposto l’obbligo di mangiare, a rotazione, tutto ciò che dell’animale è edibile. Del bovino: trippa, coda, fegato, lingua, cuore, rognone, timo (animelle), diaframma (pannicolo a Roma, straeca in Veneto, onglet in Gran Bretagna), granelli (testicoli), guancia, il delicatissimo polmone (che è stato dapprima degradato a cibo per gatti per poi sparire, nelle tabelle di macellazione è classificato come scarto), musetto (una specie di cotechino fatto con carni e cartilagini della testa), mammella (il teteun valdostano).

Del suino: orecchie (in Castiglia le fanno croccanti alla maniera dei nostri ciccioli), fegatelli, guancia (la trippa no, l’odore della andouillette è sopportabile davvero da pochi). Del pollame: rigaglie, cioè cuore, fegato, cresta e bargigli.

O così, o zuppa di edamame a vita! Che gli scende il colesterolo, e magari dimagriscono pure.

 

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A.C. Whistle
Giurista e poeta

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