Il Primo Maggio senza Erriquez e senza sogni

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Erriquez resta simbolo di un’epoca in cui musica e conflitto davano senso al 1° maggio. Oggi, tra guerre globali e vuoto culturale, il concertone riflette una crisi più profonda: polemiche come quella di Capovilla mostrano un evento svuotato, senza più identità né tensione politica.

Primo Maggio senza Erriquez

Se n’è andato il 14 febbraio del 2021, e in questo Primo Maggio, il quinto senza di lui, come fosse una scansione storiografica, il “prima” e il “dopo”, su quel palco che è stato suo habitat naturale per una vita, il pensiero corre subito a Errico Greppi, in arte Erriquez, l’anima della Bandabardò: 28 anni di musica, 13 album, 10 in studio, 2 dal vivo. Dove il gruppo dava il meglio.

Con lui sono andati via alcuni anni delle nostre vite, gli incontri, gli aneddoti di chi arrivava a Roma per il Primo Maggio, e di chi, in piccolo, cercava di vivere da antieroe romantico tutto l’anno.

Erriquez si è portato via una parte di vita, di storia, di tanti di noi, dello stesso concertone del 1 Maggio che da quando esiste non è più quello di una volta, e forse non è mai stato quello che avrebbe dovuto essere, ma almeno per qualche anno ci abbiamo creduto.

In fondo non è questa una delle funzioni della musica? La musica è una mozione degli affetti che ti riporta continuamente ai vent’anni. Dopo ci si mescola al mondo.

Se penso per un istante a me stesso, alle case cambiate, le città, il figlio, gli amici e i lutti, la musica è sempre stata presente ad accompagnare. Ho ascoltato di tutto, cambiato idee, approfondito o dimenticato, cercando di non sembrare uno di quei cinquantenni fermi al boom della “wave”.

Ma non c’è un solo giorno in cui non torni sempre lì, almeno un momento, canticchiando o con un flash visivo della memoria, a quelle canzoni: ai miei vent’anni, anzi ancor prima. Ai 15 anni con un verso dei primi Litfiba, nel 1987: “l’energia corre via, l’energia si trasformerà“, che continuavo a ripetere come un mantra.

Oppure all’attacco del basso in Faith dei Cure, a David Bowie con un trench chiaro che intona Absolute Beginenrs, per finire a un nastro che mi diede un amico con un gruppo impossibile, che urlava “Live in Mosca, live in Praga, live Pankow”. Ritorno sempre lì, quando avevo tutto quello che mi occorreva racchiuso in tre minuti e mezzo, e a mia madre che mi ripeteva: “Ma che canzoni tristi che ascolti“.

E poi c’era Erriquez. Se avevi vent’anni negli anni ’90 e ti sentivi di sinistra, era impossibile non entrare in contatto prima o poi con la Bandabardò o finire a un loro concerto, per il semplice motivo che la vita che volevamo vivere e quella cantata da Erriquez erano vasi comunicanti. Non andavi a cercarli, ti capitavano inevitabilmente. Che ti piacessero o meno, finivi ad ascoltarli e poi a muoverti, sempre di più, e ti ritrovavi a ballare scatenandoti, a urlare, sudare… proprio come Erriquez.

Le sue parole arrivavano a tutti, avevano una funzione di fuga, lontanissime da quello che in realtà si viveva. Canzoni che raccontavano di eterni fricchettoni e ubriachi innamorati, di mojito e di danze, fino a quelli che sognavano un mondo pacifico, con l’incrollabile certezza che prima o poi sarebbe successo.

Certo, non succedeva mai alla fine, ma il sogno era quello e tu continuavi a crederci. Nel frattempo arrivavano Seattle, Genova 2001, l’11 settembre e il sogno si macchiava sempre più di sangue. Ma da qualche parte, dentro, c’era uno spazio che diceva: sì, ok, ma avevamo ragione noi…

Ora Erriquez non c’è più, ma avevamo già perso il Muro di Berlino, Lou Reed e Gianni Minà, e al loro posto abbiamo un presente ancora più cupo: la guerra che si allarga fino all’Iran, il massacro permanente a Gaza, la deriva atlantista che trasforma ogni crisi in un fronte militare. Non è finito niente, è solo cambiato il nome della paura.

Ma torniamo al famigerato “concertone”, e alle polemiche, che sono l’accompagnamento pressoche fisso di ogni edizione.

Ricordo quelle del 2018 in particolare per un articolo di giornale. Un “articolone” celebrativo su Repubblica, che indicava quell’edizione come la migliore di sempre. Il motivo? Il pubblico. Un pubblico giovane, venuto da tutta Italia, che finalmente aveva trovato rappresentanza sul palco di piazza San Giovanni, con annessa elegia del primo “concerto” post ideologico, con frotte di ragazzi venute per ascoltare i propri idoli e cantare a squarciagola le canzoni, del tutto distanti da simbologie e slogan vetusti.

Praticamente come fosse il Festivalbar, o un Vodafone Summer Festival qualsiasi. Non c’è nulla di male, per carità. Solo che quello non è il Festivalbar, ma il concerto organizzato dai sindacati, in una data precisa, simbolica. C’è da chiedersi se serva ancora a qualcosa, in questi termini. Altrimenti si potrebbe farlo direttamente in altra data, anche a giugno, e magari chiamarlo “Giovinezza Sound”.

E infatti, anno dopo anno, la polemica non si è spenta, si è trasformata. Fino ad arrivare a quella di oggi, con Pierpaolo Capovilla che ha dato degli analfabeti agli artisti selezionati e agli organizzatori completamente svenduti al sistema mercato: un attacco – sacrosanto –  che segna un passaggio ulteriore. Non è più solo la critica al pubblico “post-ideologico” del 2018, ma la denuncia di un vuoto culturale strutturale, di un contenitore che ha perso definitivamente contenuto.

Un disagio generale senza nemici — non quelli della propaganda russofobica ma quelli quotidiani, sociali, generazionali — ci sta privando dei sogni. I ragazzi, i giovani uomini, non hanno più un nemico: i genitori, l’insegnante, il preside, l’autorità costituita, il mondo che non li capisce… Hanno solo amici, veri o finti, stretti in un rapporto di patologica empatia.

I “nemici” di un tempo rappresentavano la palestra del conflitto, mentre oggi sono amici a tutti i costi. E senza di loro non c’è più l’ideologia, i simboli che la racchiudevano, le date simbolo. Tutti pretesti per sognare.

Per tutto questo, la lettera di addio che scrisse Erriquez sui social, sembra il commiato migliore ai nostri sogni.

“Ogni storia ha una sua vita e ogni vita ha mille storie.
La mia vita è stata musica che accade, incontri di popoli, magie, racconti, mille soli splendenti e vento in faccia.
Non ho rimorsi, non ho rimpianti, la mia vita è stata tutta un’avventura.

Finalmente, dopo tanto inutile errare, ho trovato la donna perfetta e l’ho sposata, rendendola mia per sempre, la mia compagna di vita, di viaggio e di sogni, la mia migliore amica, la mia donna, mia moglie Silvia a cui devo tanto, a cui devo tutto.

Sono padre felice di un figlio strepitoso, il migliore che si possa desiderare, con il sorriso più bello del mondo. Rocco.
Ho goduto abbestia con i migliori compagni potessi avere, la mia Banda del cuore, la nostra creatura meravigliosa dai mille colori.

In questo grande girotondo saluto e ringrazio tutti quelli che mi hanno amato e tutti quelli che ho amato, i nomi sono tanti, voi sapete chi

Un abbraccio che circonda!

 

 

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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