L’osceno Nicola Vicidomini è celebrato dalla critica. Com’è possibile?

Chi è Nicola Vicidomini? Un comico, un autore, un attore?  O forse un guitto, un creativo, un artista, un musicista prestato al teatro?  E perché non un reietto, uno zincaro o un avanzo di galera?

Chi è, anzi, cos’è Nicola Vicidomini? È un mostro. Ma non un mostro in qualcosa, di qualcosa, per qualcosa. No, è proprio un mostro.

L’osceno Nicola Vicidomini

La maschera di Vicidomini è fisicamente ributtante, igienicamente lascia perplessi. E anche l’abbigliamento rimanda a una precaria gestione di tutto il suo quotidiano. Stolido come un bue, l’osceno Nicola Vicidomini è sguaiato, eccessivo, frenetico, sudato, unto e dai modi bislacchi.

Una volta ero con lui e andammo a riprender mio figlio dodicenne ad una festa di ragazzini. Appena vide il ragazzo, ed era la prima volta che s’incontravano, gli disse: Che classe fai? Ma tu Bestemmi a scuola? Ci sono delle bestemmie creative, dovresti impararle.

Nicola Vicidomini è il fautore di una educazione sentimentale alla rovescia.

Foto di M Deborah Farina

Il cantore del fallimento

Vicidomini è il cantore del fallimento. Un fallimento che si fa carne, viscere e legamenti e con boria e voce tonante, ti declama in faccia il tuo insuccesso come un trofeo.

Sarai un cesso, vedrai. E tutte ti invidieranno nei salotti male, tutta la Roma male. E tutti, tutti parleranno di noi. Tutti vorranno tenerci lontani. Rappresenterai uno stadio ineguagliato, anelato nel profondo da ogni essere incivile, da ogni persona che non si rispetti.

(Tratto da Fauno)

Vicidomini t’invoglia a bearti del tuo nulla, della tua irrilevanza, della tua deforme presenza su questo mondo.

Il suo demoniaco Scapezzo, così come il Fauno, è de-evoluzione portata nei teatri, prima della fine dei palcoscenici per il lockdown. Erano i Satiri incaricati di seppellire il senso comune, l’idea della narrazione che continua a tormentarci.

Certo il concetto di narrazione, di identità narrativa, può assumere un ruolo rilevante nella comprensione dell’identità personale, ma l’identità di una persona non si può comprendere soltanto come la permanenza nel
tempo di una cosa. Scriveva Ricoeur che i filosofi che assumono che solo un fatto o un oggetto possano rendere conto dell’identità personale, astraggono ancora prima di aver iniziato a speculare.

In realtà noi capiamo bene un argomento solo quando sappiamo tradurlo in una storia. Il nostro modo di apprendere è legato alla capacità di immaginare le situazioni concrete in cui se ne vede la verità.

Ma se non c’è più alcuna verità (e come potrebbe esserci), non c’è nessuna narrazione, né più l’identità. E dunque non c’è più niente.

E allora Vicidomi-Scapezzo-Fauno è prossimo a divenire il Golem di Meyrinck ma fatto con la merda al posto della terra. Un Golem pieno di tic che prima di raggiungere la vittima si strizza i genitali.

“Fauno”. Foto di Claudio Castello

Nicola Vicidomini, il più grande comico morente

Dunque il Vicidomini è un mostro, un fautore della dissennatezza, della risata aizzata dal disgusto. Ma poi ci sono anche le cose negative.

È possibile che a trentasette anni il mondo della cultura lo abbia già riconosciuto e gli abbia dedicato una monografia?

Che cultura è quella che celebra un vivo? L’osceno Nicola Vicidomini dovrebbe essere completamente morto, non sulla via d’esserlo.

E invece c’è questa monografia in cui viene fatto a pezzi, nel senso obituario del termine: l’autopsia del suo corpo artistico, curata da Enrico Bernard per Mimesis edizioni, attraverso numerosi saggi critici che indagano questa figura disgustosa.

Hanno scritto Fulvio Abbate, Federica Cacciola (alias MartinaDell’Ombra), Cosimo Cinieri, Vincenzo Del Gaudio, Andrea Di Consoli, Bruno Di Marino, Marco Giusti, Giuseppe Maiorano, Nando Vitali e poi Nino Frassica, Cochi Ponzoni e Maurizio Milani.

E io che pensavo a lui semplicemente come a un Fred Bongusto versione 2.0. Vestito di bianco, con il cappello a falda larga, nelle sere di primavera, si usciva dagli studi della radio che ospitava il nostro programma improponibile, Musica per chiavare (il titolo era opera sua, ovviamente). E lui sotto lo sguardo incuriosito dei passanti, non faceva altro che parlarmi di Alberto, il suo gatto.

E invece scorro le pagine della monografia e leggo, per esempio le parole di Vincenzo Del Gaudio:

Il teatro di Vicidomini si fa spazio di disintegrazione delle forme della vita sociale attraverso una grossa risata crassa che porta dritti ad una sensazione di disagio provocata nel pubblico che, in un primo momento, pensa che quel disagio sia frutto della furia linguistica del performer, per poi rendersi conto che è il proprio disagio, come in uno specchio, che gli viene rigettato addosso sotto forma di critica culturale.

Andrea Di Consoli si spinge fino alla nientità:

Vicidomini è satiro, uomo del sottosuolo, scemo di paese, aruspice, mutilato di guerra, reduce affamato, eccitato, profeta dell’eterna morte nel e del teatro, filosofo folle dilaniato dalla rabbia e dalla dolcezza di una nientità cercata ostinatamente torcendo il collo al narcisismo del genio, perché null’altro ha, Vicidomini, se non il proprio genio – tuttavia null’altro disprezza, Vicidomini, se non il proprio genio.

Qualcosa non torna. Forse siamo davanti al twist finale di un film horror. Forse la scoperta che ancora manca è che il morto sono io e Vicidomini sta scrivendo questo in mia memoria.

Nicola Vicidomini, il più grande comico morente, in libreria, edito da Mimesis, un volume sulla comicità e il teatro di Nicola Vicidomini, a cura di Enrico Bernard con prefazioni di Cochi Ponzoni e Nino Frassica.

 

 

 

 

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About Alexandro Sabetti

Scrittore e autore radio e tv. Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014). ->
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