Alla scoperta del cinema russo: Kitoboy di Philipp Yuryev

La stagione del grande cinema patisce ancora la grave situazione della pandemia con produzioni continuamente ritardate, uscite lampo o slittamenti sulle piattaforme steaming. Ma la macchina cinema, per quanto ingolfata, continua la sua produzione. Facciamo dunque un salto di qualche settimana addietro per tornare in quel di Venezia,  alla scoperta del cinema russo per parlarvi di Kitoboy di Philipp Yuryev, intensa opera prima vista alle Giornate degli Autori.

Kitoboy di Philipp Yuryev, visto alle Giornate degli Autori a Venezia

Grazie alla tradizionale rassegna Da Venezia a Roma siamo riusciti a recuperare un’altra perla sbarcata quest’anno al Lido. Trattasi di Kitoboy (titolo internazionale: The Whaler Boy, il ragazzo delle balene) del russo Philipp Yuryev, forte in realtà di una co-produzione internazionale che ha coinvolto anche Belgio e Polonia.

L’unione deve aver fatto davvero la forza, per quanto concerne questo impegnativo progetto cinematografo portato avanti in territori impervi, come quelli artici situati nei paraggi dello Stretto di Bering.

Kitoboy di Philipp Yuryev2

Così del resto si è espresso il regista, in una intervista raccolta da Spettacolo.PeriodicoDaily.com, commentando la gestazione dell’opera:

L’idea di questo film mi è venuta durante un viaggio nell’estremo nord della Russia. Arrivati in un piccolo villaggio di pescatori, notammo che le donne più giovani erano partite per frequentare le scuole estive in città.

Quell’esodo fu una vera tragedia per i ragazzi locali che dovettero trascorrere tre lunghi mesi da soli. Di fatto, circondati da una tundra senza fine, quei giovani furono totalmente abbandonati dalle donne, anche perché le ragazze del villaggio più vicino non potevano spostarsi per una semplice visita. La connessione alla Rete era scadente.

L’unico modo per osservare delle ragazze era una video chat erotica che peraltro si interrompeva spesso. È stato proprio in quel momento che ho scritto la prima versione di questa storia. Ho deciso di trasferire la storia a Čukotka, in un piccolo villaggio popolato da cacciatori di balene.

Il protagonista, Leshka, sperimenta i tipici problemi adolescenziali legati alla solitudine, il desiderio di trovare l’amore e il sentirsi incompreso dai suoi amici. Sono proprio esperienze del genere a rendere universale questa storia.

 

Kitoboy di Philipp Yuryev3

E il racconto cinematografico che ne è derivato ha fatto senz’altro colpo. Tant’è che a suggellare il felice riscontro veneziano è giunto pure il GdA Director’s Award, del valore di 20.000 euro, per questo affascinante lungometraggio passato trionfalmente alle Giornate degli Autori prima e in seguito al Cinema Farnese di Roma, dove ha generato tanta curiosità per quel linguaggio cinematografico estremamente vivo, moderno, quantunque rapportato a stili di vita arcaici e a cornici antropologiche fuori dal comune.

Ad essere scandagliato da angolazioni inedite, nel così eccentrico road movie polare, è difatti il carattere di un ragazzo che vive in un villaggio vicino allo Stretto di Bering, per l’appunto, ma che aspira in segreto ad abbandonare l’aspra vita quotidiana delle sue antiche genti per abbracciare invece il sogno americano, distante solo poche miglia marine.

Paesaggi dalla fine del mondo, nuovi mezzi di comunicazione sopraggiunti ad alterare equilibri vecchi di secoli, scene crudissime di caccia alle balene e visioni di impronta sciamanica si alternano sullo schermo, generando nello spettatore sconcerto e un giustificato sense of wonder di fronte agli scenari incantati dell’Artico.

La perigliosa anabasi del ragazzo ci ha ricordato, in certi frangenti, il viaggio inverso tentato dagli Usa alla Russia, per un forse impossibile ritorno a casa, dalla protagonista di Lillian, lungometraggio del cineasta austriaco Andreas Horwath visionato alcuni mesi fa al Trieste Film Festival. Tale film trae invece ispirazione da una vicenda biografica poco nota ma carica di suggestioni.

lillian-Kitoboy di Philipp Yuryev

L’idea difatti è venuta dalla scoperta di un enigmatico episodio registrato negli Stati Uniti tra le due guerre, episodio intorno al quale sono stati pubblicati diversi libri e reportage giornalistici: proprio quando in Unione Sovietica imperversavano gli orrori dello stalinismo, una giovane emigrata russa pianificò, per motivi mai pienamente appurati, di ritornare in Russia percorrendo il Nordamerica a piedi e tentando di passare attraverso lo stretto di Bering.

Un disegno, questo, tanto ardito quanto intrinsecamente folle. Quasi il datato controcanto della vicenda al centro del film Into the Wild di Sean Penn. Sulla conclusione della drammatica avventura non vi è del resto chiarezza, ma pare che della donna si siano perse le tracce dopo gli ultimi avvistamenti in Alaska…

Ricollocando codesto episodio in giorni a noi più vicini e girando il film on the road, l’austriaco Andreas Horvath ha saputo restituire di sguincio l’alone di mistero percepibile in una simile figura femminile, affrescando al contempo un ritratto da brividi, in chiaroscuro, del declinante impero americano.

lillian-Kitoboy di Philipp Yuryev (2)

Prodotto da Ulrich Seidl, il che non ci sorprende affatto, questo straniante road movie mette a frutto non soltanto la notevole presenza scenica della protagonista Patrycja Płanik, ma anche le doti documentaristiche di Andreas Horvath, il quale ne ha tratto spunto per annotare in uno strabiliante diario di viaggio il susseguirsi di panorami differenti, repentini cambiamenti atmosferici, incontri con personaggi ora bonari e ora assai respingenti.

Tra toccanti epifanie di Nativi Americani e inquietanti allusioni ad autostoppiste accoppate dai serial killer, l’immagine dell’America profonda che ne deriva è tanto potente, veritiera, quanto ricca di sfumature conturbanti.

Kitoboy di Philipp Yuryev e Lillian di Andreas Horwath, due sguardi per molti versi complementari, gemelli, coi quali alla prima occasione utile vi invitiamo caldamente a confrontarvi.

 

 

 

, ,
Stefano Coccia

About Stefano Coccia

Giornalista dello spettacolo e critico cinematografico da più di vent'anni, un tempo nel Comitato dei collaboratori fissi della storica Cinemasessanta, attualmente collabora con Sul Palco, CineClandestino e Taxi Drivers ->
View all posts by Stefano Coccia →