L’interista esistenzialista: Juve-Inter, non ci si annoia mai anche quando ci si annoia….

L’unico spettacolo fin lì avaro di emozioni che il match di cartello della Coppa nazionale Juve-Inter ha saputo offrire è l’indegno scontro di pancrazio tra i ventidue energumeni presenti in campo.

Juve-Inter, non ci si annoia mai anche quando ci si annoia….

Il teorema di Bernoulli (detta anche “legge dei grandi numeri”) dice, rinunciando all’enunciato e semplificando, che eseguendo un numero grandissimo di prove, al limite infinito, la frequenza relativa di un evento tende inesorabilmente verso la probabilità dell’evento stesso.

Ad esempio, se lanciassimo una moneta una moneta così tante volte al punto di rimetterci i polpastrelli, la frequenza relativa all’uscita del “testa” tenderebbe, alla lunga a raggiungere il cinquanta percento.

Applicando l’assunto alla nostra Inter potremmo dire che, dopo la lunga serie di partite dagli esiti catastrofici fatta da cinque sconfitte di seguito, sarebbe stato lecito pensare che una vittoria prima o poi sarebbe pur dovuta arrivare, giusto per permettere al bizzoso dio della statistica di confermare la legge che lui stesso si è dato.

E insomma, “dalle e dalle” prima o poi si deve tornare a vincere. Ora, vai a sapere se il tentativo che i numeri fanno di rimettersi in pari, nel caso dell’Inter si verificherà a breve scadenza o viceversa rimandandolo alle calende greche.

Però, in alto in cuori: l’evento che tanto bramiamo prima o poi passerà alla cassa a riscuotere. Certo, un po’ di suo la squadra deve pure mettercelo. Mica puoi dare la colpa a Bernoulli se Lukaku non si fida del suo destro e così butta fuori la palla ad un metro della linea di porta della Fiorentina.

Cosa vuoi che ti dica il matematico svizzero se gli fai notare che quella variante statistica è stata mandata in vacca da un’errato posizionamento di Gosens, entrato col preciso intento di far danni al 69esimo minuto al posto di Dimarco? Come può l’arida statistica reclamare il suo guiderdone se Brozovic al trentaduesimo, con a disposizione sette metri e 42 in cui indirizzare un’invitante palla decide invece di centrare con la stessa, Perin?

Allargando il concetto oltre l’aleatorio che è dato dal campo e sconfinando nell’area dove sono installate le panchine, si potrebbe far entrare nel range Inzaghi, sulla graticola ormai da mesi e di cui da più parti si chiede il rotolar di capoccia.

É sempre difficile quantificare a quanto ammonti il peso specifico del trainer in un club calcistico di prima fascia rispetto agli atleti a disposizione, alla dirigenza, al preparatore sportivo, al magazziniere. Non deve essere di lieve entità, se si contano gli allenatori in attività che possano vantare un palmares degno di rispetto.

É innegabile ed oggettivo l’apporto che hanno saputo dare alle loro squadre allenatori come Mourinho, Klopp, Ancelotti. Gente che ha saputo conseguire trofei anche quando non in possesso di rose – sulla carta – troppo competitive. E infatti, volutamente ho omesso il nome del Pep, che ha sempre e solo allenato squadre dal collettivo fortissimo e completo in ogni suo aspetto e parte.

Ci sono poi piazze storicamente più difficile da gestire e da portare al successo e l’Inter ne è forse l’esempio principe: con la scusa che gioca alla Scala del Calcio, i tifosi nerazzurri sono sempre ipercritici. Vantando la presunta nobiltà del loro palato, affinato da anni di frequentazioni altolocate (beati loro, hanno visto Ronaldo, Matthaeus, Recoba ma anche Mazzola, Suarez e Corso), poco sopportano i parvenu, gli ingaggi a parametro zero, i prestati, i provenienti da squadre nemiche o delle giovanili che infatti sommergono – democraticamente – con la stessa sfilza di fischi già dal secondo stop errato.

Ha un bel daffare Inzaghi con queste premesse, rese ancor più ardue dalle scelte di una proprietà sempre più opaca, ondivaga e ambigua riguardo le scelte strategiche societarie. Nei due anni Inzaghiani si è andato via via annacquando quell’autoconvincimento che con tanta pervicacia, pazienza e fine esercizio di psicologia era stato inoculato con successo prima da Spalletti e poi, con maggiore incidenza, da Antonio Conte.

É il massimo della colpa che si può addossare oggi al tecnico, per l’aspetto tecnico più di così proprio non può fare, visto che il materiale a sua disposizione è quello che è: non ha nelle corde la capacità di tenere alta l’efficienza del training autogeno del suo parco giocatori, questo è quanto.

Dovrà pagare – eventualmente – solo per questa colpa e non per altre. Solo così si spiega il drastico decadimento della qualità di gioco che affligge il gruppo da ormai da tutta una stagione e che pure ieri sera si è palesato in maniera plastica.

L’Inter ha fatto girare palla con sicurezza fino alla trequarti juventina, esattamente come già fatto in campionato. E che poi si è rifatto con il Bologna, lo Spezia, con l’Empoli, con la Fiorentina e contro le quali si è infine, immancabilmente perso. Ormai lo sanno tutti gli avversari: difendere basso il giusto, stringere le linee strozzando i rifinitori (Mhkitarian e Cahlanoglu) e il più è fatto.

Costringendoli all’impotenza, la regola prevede il capitalizzare almeno una delle due-tre occasioni che l’Inter ti concede e fare così il colpaccio. Juve-Inter, andata di Coppa Italia, ha rispettato il canovaccio: grande possesso di palla degli ospiti al punto di convincere cronisti e commentatori di aver “dominato la partita” con quelli rincantucciati e pronti a ripartire a molla, con Di Maria, Locatelli e Kostic.

Fatta di esperienza virtù, il tecnico piacentino ha pensato bene, nelle elucubrazioni del pre-match, di ancorare bene il pacchetto difensivo, prefigurandosi l’affanno di Dumfries nel doversi dividere tra l’attaccare il duo Rabiot e Kostic e doversi guardare le spalle dai due di cui sopra, ben dotati anche loro di gamba.

Meglio puntellare la destra con due terzinacci come D’Ambrosio e Darmian, avrà pensato. E infatti l’espediente ha funzionato, per voi che sempre state a dire male del tecnico. Ha funzionato appunto fin quando l’olandese ha rimpiazzato il buon Danilo: manco a dirlo, il gol della Juve è arrivato da quel lato. Sembrava cosa scritta, nessuno se ne è veramente meravigliato. É come quando vai a teatro a vedere una commedia che già conosci, sai che la trama si dipanerà e quindi finirà in un certo modo, a dispetto degli attori che si avvicenderanno rappresentazione dopo rappresentazione.

A nulla sarebbe servito il convulso, nervigno e sterile tentativo degli ospiti di ribellarsi all’ineluttabile, se inaspettatamente e a fischietto già in bocca dell’arbitro, l’oggetto del contendere del mercato estivo tra Inter e Juve Bremer non abbia per una frazione di secondo perso la sua proprio ricettività, allungando maldestramente il braccio destro per recuperare l’equilibrio.

Troppa la pressione del momento su chi avrebbe tirato il fatidico rigore per litigare sull’esecutore: stavolta a Lautaro non è nemmeno saltato in mente di contendere la palla a Lukaku. Troppe le ombre che si sono addensate sullo stato di forma dell’argentino, avvoltolato in una ulteriore crisi realizzativa, tecnica e anche fisica.

Evidentemente lui è il primo a rendersene conto e ha girato al largo dal belga, centrando la scelta. Infatti il belga non ha sbagliato il tiro libero e ha siglato il pareggio, che fosse meritato o meno. Ha sbagliato invece ad indugiare nell’atto di silenziare i tifosi bianconeri che fino un secondo prima lo avevano bersagliato con i soliti epiteti.

E infine ha sbagliato Massa, che non ha avuto discernimento della situazione che si era creata tra lui e quegli pseudotifosi. La rissa finale è la sublimazione di una partita brutta, noiosa e quasi totalmente priva di spettacolo e contenuti tecnici: fossi uno dei presenti all’Allianz esigerei i soldi indietro.

Anzi no, perché alla fine, l’unico spettacolo fin lì avaro di emozioni che il match di cartello della Coppa nazionale ha saputo offrire è l’indegno scontro di pancrazio tra i ventidue energumeni presenti in campo, che è poi proseguito anche negli spogliatoi. Ma quella parte, grazie al cielo, ce la siamo persa.

Con i gol fuori casa che valgono esattamente come quelli fatti in casa, i fortunati spettatori di Juve-Inter hanno assistito ad una partita che nei fatti non è servita a niente. Il ritorno diventa così partita secca, da giocare senza fare conti. Si partirà dallo zero a zero, stessa situazione dell’andata. Chissà quanto ci divertiremo…

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Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Meridionale ma anche settentrionale. Sono lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi.

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