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Francia, Germania e Regno Unito inseguono il riarmo tra debiti record e crisi politiche. L’Ue di von der Leyen spinge su spese militari insostenibili, mentre cresce il malcontento sociale. L’Italia rischia 700 miliardi in dieci anni, sacrificando welfare e stabilità.
Volenterosi senza fondamenta: l’Europa fragile del riarmo
La retorica della “difesa comune” europea si scontra con la realtà economica e politica dei Paesi che ne dovrebbero essere i pilastri. Francia, Germania e Regno Unito, presentati come i giganti del riarmo, si rivelano in realtà fragili colossi dai piedi d’argilla: debiti pubblici crescenti, economie in stagnazione, governi in difficoltà e un’opinione pubblica sempre più ostile agli aumenti di spesa militare.
In Francia, Emmanuel Macron affronta una crisi che somiglia a molte altre vissute sotto la Quinta Repubblica: tagli alla spesa pubblica senza un vero rilancio economico. Il risultato è una crescita che sfiora lo zero, accompagnata da tensioni sociali e da una polarizzazione politica crescente.
In Germania, l’alleanza tra cristiano-democratici e socialdemocratici ha varato piani di spesa imponenti, raddoppiando i fondi per difesa e infrastrutture. Tuttavia, la scelta grava sul bilancio con un deficit previsto di 126 miliardi entro il 2029. I sondaggi, intanto, mostrano un’ascesa inarrestabile dell’AfD, quasi alla pari con i partiti di governo.
Il Regno Unito non se la passa meglio. Dopo l’ampia vittoria elettorale del Labour di Keir Starmer, la popolarità del partito è crollata ai minimi, con la sinistra interna tentata dalla scissione. La gestione di un debito pari al 103% del PIL, aggravato dal taglio al welfare per finanziare la difesa, ha aperto spazi a Nigel Farage: il suo Reform Party è ora primo nei sondaggi, segnando un ritorno imprevisto dell’uomo della Brexit.
Promesse di riarmo e realtà politica
Il divario tra dichiarazioni solenni e risorse effettive accomuna tutti i governi europei. La “Coalizione dei volenterosi” a sostegno dell’Ucraina si fonda su impegni finanziari e militari che molti Paesi non sono realmente in grado di mantenere.
L’Unione europea, spinta dalla Commissione di Ursula von der Leyen, cerca di trasformare ogni crisi in un pretesto per rafforzare la retorica del riarmo. Persino episodi marginali, come il presunto disturbo GPS al volo della stessa presidente – subito attribuito a Mosca e poi smentito da Sofia – diventano argomenti per invocare più spese militari.
Ma gli Stati membri restano divisi: la Polonia, pur storicamente antirussa, non vuole Kyiv nella NATO, mentre il governo tedesco ha criticato von der Leyen per il suo entusiasmo sul peacekeeping europeo. La Commissione appare così sospesa fra proclami geopolitici e una sostanziale marginalità internazionale, aggravata da economie fragili e dall’ascesa dei populismi.
Il quadro diventa ancora più incerto osservando il legame transatlantico. L’Europa, dalla fine della Seconda guerra mondiale, non ha mai immaginato un futuro fuori dalla cornice occidentale guidata dagli Stati Uniti. Oggi, con Donald Trump, la subordinazione appare più costosa e meno affidabile: dazi, piani di bilancio e welfare sacrificato alla difesa alimentano una crescente contestazione sociale.
Italia tra vincoli e spese insostenibili
L’Italia si trova di fronte a un obiettivo quasi impossibile: raggiungere il 3,5% del PIL in spese militari già dal prossimo anno. Ciò significa destinare circa 6-7 miliardi aggiuntivi ogni anno per dieci anni, con una spesa complessiva vicina ai 700 miliardi. Dai 35 miliardi attuali si passerebbe a oltre 100 miliardi annui, un impegno che rischia di minare la stabilità economica e di erodere in maniera irreversibile il welfare.
Nonostante i proclami di Bruxelles e le dichiarazioni aggressive di figure come Kaja Kallas, che parla di “era della difesa europea”, resta forte la sensazione che l’Europa non stia costruendo una strategia condivisa ma stia semplicemente inseguendo scenari imposti dall’esterno. In questo quadro, la corsa al riarmo rischia di trasformarsi in un boomerang politico ed economico.
Più che rafforzare l’Unione, potrebbe accelerarne la crisi di legittimità, alimentando il consenso dei partiti radicali e rafforzando la percezione di un’Europa incapace di difendere i propri cittadini senza sacrificare diritti e prospettive economiche.

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