Trump impazzito, Washington suicida: il vicolo cieco iraniano

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Trump twitta compulsivamente e rabbiosamente mentre Washington, prigioniera della propria fragilità e della subalternità a Israele, sabota ogni tregua. Incapace di forzare Hormuz senza suicidio strategico, gli Usa tornano al punto zero: tregua libanese finta, negoziati saltati, economia sotto morsa. Solo una crisi più profonda li renderà negoziabili.

L’arrogante impotenza di Washington

Mentre la diplomazia internazionale tenta faticosamente di ritessere un filo di tregua, gli Stati Uniti scelgono ancora una volta la strada del sabotaggio attivo. Non per eccesso di forza, ma per la consapevolezza lucida della propria fragilità strategica.

Incapaci di imporre una pace all’Iran che non sia dettata dai loro alleati più ingombranti, gli americani si ritrovano ostaggio di una rete di interessi contraddittori: quelli interni, frammentati e clientelari, e quelli esterni, incarnati da un Israele che detta tempi e priorità senza subire contrappesi reali.

Il tweet-rage come terapia d’urto

Oggi Trump ha scaricato sui social una sfilza di messaggi rabbiosi, ripetitivi, quasi febbrili. Un monologo urlato che tradisce più panico che determinazione. Perché attaccare navi iraniane in acque internazionali senza dichiarazione di guerra formale resta un atto impossibile, salvo aggirare il Congresso con l’illusione che, a fatti compiuti, il Parlamento si adegui.

Classico escamotage imperiale: prima si spara, poi si chiede il permesso. Peccato che il Congresso non sparisca mai, né prima né dopo. Queste fughe in avanti nascono dal nodo libanese: non si può frenare Tel Aviv, tantomeno abbandonarla a un negoziato che, per Washington, significherebbe perdere faccia su tutti i tavoli collegati – Pakistan compreso, Iran in primis.

L’idea di forzare Hormuz o di lanciare raid aerei evoca scenari da incubo. Già l’episodio di Isfahan aveva mostrato i limiti operativi; ripetere l’esercizio su scala maggiore sarebbe un suicidio moltiplicato per tre. E non è un’opinione: è aritmetica geopolitica. Bab al-Mandeb si chiuderebbe all’istante, sigillando due strozzature energetiche simultanee.

Il duo Usa-Israele è finito in un vicolo cieco, e più si agita, più le pareti si stringono. Gli interessi dei due Paesi non sono mai stati perfettamente sovrapponibili; il prolungarsi della guerra li sta rendendo incompatibili in modo grottesco. Lo stesso vale per gli alleati regionali: sempre più distanti, sempre più scettici verso un patrono che promette protezione e consegna solo caos.

Non aver interpretato la riapertura iraniana di Hormuz come segnale distensivo – occasione per spingere Israele verso una tregua libanese – e aver risposto invece con la chiusura navale americana ha riportato tutto al punto zero. Anzi, a un punto zero peggiore di due mesi fa. L’Iran ha già annunciato che non siederà al secondo round di negoziati. La tregua in Libano, imposta con la delicatezza di un elefante in una cristalleria, serve solo a dare a Washington una foglia di fico internazionale: fingere di aver “neutralizzato” Hezbollah scaricando la patata bollente sul governo di Beirut. Sulla carta funziona. Nella realtà è già evaporata.

Dunque si riparte dal nastro di partenza. Gli Stati Uniti non sono ancora abbastanza spremuti dalla guerra continua, dal blocco energetico e dal collasso delle catene di valore per diventare interlocutori malleabili. Il loro “ordine basato sulle regole” – eufemismo colto per il giardino recintato del Washington Consensus – deve subire ulteriori scosse prima di cedere. Ma non ci vorrà molto.

Quando l’economia globale comincerà a soffocare, quando le ripercussioni politiche interne ed esterne diventeranno insostenibili e quando le difficoltà operative sul campo renderanno impossibile qualsiasi nuova avventura, i tavoli negoziali torneranno a parlare. E stavolta non sarà Washington a dettare l’agenda.

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