La diplomazia americana non negozia: pretende. E quando non ottiene, finge

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Gli USA tentano di ottenere nei negoziati ciò che non hanno ottenuto militarmente. Il fallimento sull’ asse Iran-Libano conferma un’America subordinata a Israele, incoerente e sempre meno credibile. Cresce lo spazio per Russia e Cina.

Diplomazia americana: negoziare ciò che non si è vinto

Nel tentativo messo in scena a Islamabad di trovare una quadra “diplomatica” al conflitto nel Golfo, la linea tra negoziato e imposizione è diventata talmente sottile da risultare invisibile. L’ultimo tentativo di mediazione statunitense lo dimostra con chiarezza quasi imbarazzante: Washington cerca al tavolo ciò che non è riuscita a strappare sul campo. Solo che, questa volta, il tavolo si è rovesciato.

Il fallimento del negoziato sull’asse Iran-Libano non è un incidente ma la conseguenza logica di una strategia che confonde diplomazia e propaganda.

L’idea americana di trattativa internazionale si fonda su un presupposto implicito: l’avversario deve concedere, anche quando ha dimostrato di non essere stato sconfitto. Una concezione che funziona finché esiste una sproporzione di forza evidente. Ma quando questa si riduce, la retorica resta, la realtà cambia.

La linea impostata da Donald Trump ha oscillato con una rapidità quasi caricaturale. Prima apertura a una tregua estesa, poi improvviso dietrofront sulla questione libanese, con la delega operativa a J.D. Vance, trasformato in portavoce di una linea che non controlla davvero.

Il risultato è una coreografia diplomatica dove i veri protagonisti restano dietro le quinte. Figure come Jared Kushner e Steve Witkoff – interlocutori percepiti come fortemente allineati alle posizioni israeliane – hanno orientato il processo, lasciando a Vance il ruolo di copertura politica.

Il sabotaggio interno: quando l’alleato detta la linea

Il nodo centrale resta uno: l’irremovibilità del governo di Benjamin Netanyahu sulla prosecuzione delle operazioni in Libano. Una posizione che ha di fatto reso impossibile qualsiasi architettura negoziale coerente.

Il cessate il fuoco inizialmente ipotizzato includeva una de-escalation anche sul fronte libanese ma la prosecuzione dei bombardamenti ha svuotato di senso l’intero impianto diplomatico, trasformandolo in una finzione.

A quel punto, Washington ha scelto nuovamente l’allineamento strategico con Israele, anche a costo di compromettere la propria credibilità negoziale. Le conseguenze sono evidenti con la perdita di fiducia da parte dei Paesi del Golfo, pesantemente colpiti, non solo dai missili di Teheran, ma nella percezione di stabilità interna e dell’intero quadrante; la crescente diffidenza europea, chiamata a pagare i costi di crisi internazionali che non gestisce ne ha modo di gestire. dulcis in fundo, il rafforzamento del ruolo di mediatori alternativi come Russia e Cina. Non è un caso che sempre più capitali guardino a Mosca e Pechino come attori prevedibili – non necessariamente benevoli, ma almeno coerenti.

La narrativa che non regge: nucleare, fake news e realtà parallele

Nel tentativo di giustificare il fallimento, la Casa Bianca ha rilanciato il tema nucleare iraniano. Un argomento troppo debole e poco credibile. Teheran ha più volte ribadito la disponibilità a limitare l’arricchimento dell’uranio a fini civili. Le agenzie internazionali, pur mantenendo un atteggiamento prudente, non hanno mai certificato un programma militare imminente. Eppure la narrativa persiste, non per convinzione, ma per necessità politica.

Qui emerge un elemento più inquietante: la crescente disconnessione tra dichiarazioni e realtà. L’amministrazione Trump accusa sistematicamente media e avversari di diffondere fake news, mentre produce versioni dei fatti che cambiano nel giro di ore e chi non si adegua diventa automaticamente nemico.

Gli Stati Uniti , dunque, non riescono più a imporre né a costruire ordine: la forza militare resta enorme, ma la capacità di tradurla in risultati politici si è ridotta drasticamente. E quando la diplomazia diventa estensione della propaganda, il risultato è inevitabile disatroso.

Nel frattempo, l’opzione militare resta sul tavolo. Ma sempre meno praticabile, sempre più rischiosa.

 

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